
AMARE SIGNIFICA MAPPARE L’ESISTENZA
Se vi dicessi che “Amare” non è un sentimento, ma lo stato primordiale della coscienza?
Se vi suggerissi che non è un’emozione da provare, ma la frequenza fondamentale su cui vibra l’universo, e che noi, in quanto esseri umani, abbiamo il privilegio di poterci sintonizzare?
La società contemporanea, nella sua incessante accelerazione, ha declassato il verbo “amare” a sostantivo, a cosa da vestire, da nutrire di oggetti, di cose, anziché alimentare con azioni e presenza.
Lo ha trasformato in “amore”, un prodotto da consumare, un traguardo da raggiungere, un contratto sociale da stipulare.
Lo ha confinato entro i confini della relazione di coppia, della famiglia, dell’amicizia, dimenticando la sua natura onnipervasiva e incondizionata.
La mostra “AMARE – L’ESSENZA DELLA VITA” non è, quindi, una semplice esposizione artistica, ma un atto di sovversione, un sabotaggio raffinato contro la tirannia della superficialità, un invito a compiere un viaggio nella densità del nostro essere.
Gli artisti che qui espongono non sono soltanto pittori, ma filosofi dell’anima.
Attraverso le loro opere, non rappresentano l’amore, ma ne tracciano le coordinate emotive, ne esplorano le geografie complesse e talvolta contraddittorie, per cui ogni tela, ogni forma, ogni colore è una stazione di un percorso interiore che ci costringe a porci una domanda fondamentale: “In quale momento della mia vita quotidiana sto compiendo l’azione di amare?”.
L’immagine scelta per questa locandina è una figura femminile, con gli occhi chiusi, per sentire con maggiore intensità. Il mondo esterno si dissolve in un pulviscolo dorato, un rumore di fondo irrilevante, perciò, la sua attenzione è rivolta all’interno, al fiore che tiene tra le mani: una rosa, simbolo archetipico dell’amore nella sua pienezza, con la sua bellezza e le sue spine invisibili.
Quella rosa non è un dono ricevuto, ma una consapevolezza coltivata.
Questa mostra, volutamente “a numero chiuso”, non mira alla quantità, ma alla qualità dell’esperienza. Si propone come uno spazio protetto dove il dialogo tra opera e osservatore possa avvenire senza le interferenze del mondo.
È un laboratorio alchemico in cui possiamo tentare di trasmutare le nostre paure, le nostre insicurezze i nostri preconcetti nell’oro di una comprensione più profonda della vita e delle relazioni.
Questa collettiva è curata dalla Prof.ssa Daniela Belloni e dal Dott. Pasquale Di Matteo, ed è stata concepita come ecosistema di sensibilità diverse che convergono su un unico, vitale interrogativo.
Non venite a Gabetti Arte per “vedere” una mostra.
Venite a disarmare la mente razionale per permettere al cuore di riconoscere il suo linguaggio più vero.
Perché ogni verità di espleta nel cuore di ogni individuo e imparare ad amare, come verbo, come azione, come scelta deliberata, è l’atto politico, filosofico e spirituale più radicale e rivoluzionario che un individuo possa compiere.
È l’unica vera essenza del vivere.
GLI ORGANIZZATORI

PROF.SSA DANIELA BELLONI
Ex insegnante di Disegno e Storia dell’Arte, vincitrice di concorso a cattedra, Vice preside per dieci anni presso l’Istituto Comprensivo di Pizzighettone (CR).
Ora, per volontariato e passione, curatrice dello Spazio Gabetti in arte, in Piazza Stradivari a Cremona.
DOTT. PASQUALE DI MATTEO
Consulente di Carriera & Personal Branding, Coach Kinsaisei e critico d’arte internazionale. È il rappresentante italiano di Reijinsha Japan
Autore di saggistica e narrativa, è vicedirettore di tamagozine.org.
GLI ARTISTI IN ESPOSIZIONE
GIOVANNI CATALDI


L’arte di Giovanni Cataldi è una meticolosa costruzione di una realtà parallela, un orizzonte metafisico governato da leggi estetiche e narrative del tutto endogene, estranee alla nostra dimensione.
La sua non è una fuga dal nostro tempo, bensì un’esplorazione verso alternative in cui agisce come un cartografo di dimensioni interiori, con una lucidità osservativa che si traduce in una figurazione impeccabile, quasi iperrealista nella tecnica, ma squisitamente surreale nella concezione.
Il risultato è un universo alternativo, un teatro del silenzio in cui si muovono creature archetipiche, emblemi di una condizione esistenziale che trascende le dinamiche umane per farsi universale.
La cifra stilistica più riconoscibile di Cataldi, il suo vero e proprio DNA artistico, è la dialettica tra la precisione del segno e la fluidità del soggetto, come possiamo notare nella ricorrente figura umanoide, un essere longilineo, dalla pelle screziata come una mappa celeste.
Non si tratta di un alieno nel senso convenzionale del termine, ma piuttosto di uno “psiconauta”, un abitante del possibile, spogliato delle contingenze terrestri per divenire puro significante e fungere da protagonista di una mitologia personale, un Adamo di un’altra genesi che danza, interagisce e si muove in paesaggi impossibili, definiti da vuoti cromatici assoluti, neri profondi che non sono assenza di luce, ma presenza di uno spazio infinito, un palcoscenico per l’essenza.
Elemento semiotico cruciale e ricorrente è il “nastro”. Questa forma sinuosa, che si avviluppa attorno ai corpi, si srotola in spirali astratte o funge da drappo, è la vera sintassi del linguaggio di Cataldi.
Non è un mero orpello decorativo, ma è il “logos” di questo universo, è il codice segreto di tutte le cose.
Rappresenta il flusso del tempo, il percorso della vita, l’energia che connette, lo spazio-temporale reso visibile.
Nell’opera con la figura danzante, il nastro a bande arancioni è parte del movimento, un’energia cinetica che si materializza. In altre opere, il nastro narra l’intera composizione, un vortice cromatico che è viaggio, frammentazione e ricomposizione, una rappresentazione visiva del divenire, così come nella scena con l’animale fantastico, si trasforma in un drappo che nasconde e svela, un legame tra l’essere senziente e la natura primordiale, anch’essa trasfigurata in una visione multipla e dinamica.
La filosofia di Cataldi è legata a un razionalismo onirico. Non c’è abbandono all’inconscio caotico tipico di un certo surrealismo storico; in Cataldi, il sogno è strutturato, l’immaginazione è disciplinata da una tecnica rigorosa e da una composizione quasi architettonica.
La sua passione non si manifesta nell’impeto gestuale, ma nella dedizione quasi ascetica alla perfezione della forma, trasformando il colore in un veicolo di pensiero puro, dove ogni elemento è necessario, ogni tratto è un codice, in opere che sono sempre eleganti e raffinate.
L’emozione che ne scaturisce non è commozione immediata, ma un più profondo e persistente senso di meraviglia, di mistero intellettuale che è estroflessione dell’animo dell’artista.
Giovanni Cataldi non si limita a dipingere mondi fantastici, ma scrive le leggi di quei mondi e ne popola gli spazi con un lessico visivo coerente, originale e potentemente evocativo, grazie a opere in cui l’armonia del colore, dei tratti e dello stile è sempre manifestata all’ennesima potenza.
La sua arte ci invita a un’attenta riflessione sull’esistenza, per comprenderne le strutture più profonde e invisibili. Un’indagine lucida e visionaria sull’essenza dell’esistere.
DANIELLE DORRINGTON


L’espressione artistica di Danielle Dorrington non è una semplice manifestazione di ritrattistica contemporanea, ma piuttosto un’indagine condotta attraverso un iperrealismo psicologico ed emotivo.
La sua pittura non si limita a ricalcare la realtà, ma ne seziona la densità per rivelare ciò che sta sotto, in quella zona liminale dove l’identità si fonde con lo spirito.
Di fronte alle opere di Dorrington, balza immediatamente all’occhio la centralità assoluta dello sguardo. Gli occhi, infatti, non sono semplici organi di senso, ma voragini che interpellano lo spettatore con una ferocia silenziosa, come si può notare dalla potenza iconica del ritratto di Sinead O’Connor, dove l’invito “Use Your Voice” non è solo un monito sociale, ma una dichiarazione d’intenti.
L’artista si muove tra la precisione analitica del dettaglio e una morbidezza atmosferica quasi onirica che genera uno “sfumato” contemporaneo che avvolge i volti, privandoli di una collocazione spazio-temporale definita per proiettarli in una dimensione assoluta.
La tecnica di Dorrington rivela una padronanza virtuosistica del chiaroscuro, utilizzato non solo per definire i volumi, ma soprattutto per narrare il trascorrere del tempo e il peso dell’esperienza.
Nel volto rugoso dell’anziano nativo americano, ogni solco della pelle diviene una riga di testo, una geografia del dolore e della dignità che l’artista trascrive con una partecipazione quasi mistica, in una filosofia che si palesa con chiarezza, per cui la bellezza si manifesta sia nell’armonia formale sdia nella verità della traccia.
Interessante è l’ibridazione tra l’elemento organico e la codificazione astratta, come nel ritratto dell’uomo che guarda verso l’alto, solcato da radici nervose e circondato da sequenze numeriche, che suggerisce una riflessione profonda sul rapporto tra l’uomo e la nostra era artificiale, tra la natura biologica e l’algoritmo.
In tal senso, la Dorrington non è solo una pittrice del volto umano, ma un’analista della psiche post-moderna che cattura il momento della catarsi, come possiamo notare nel ritratto di Dolores O’Riordan, dove il dolore del canto diventa un’estasi che deforma i tratti per liberare l’essenza della passione.
Il suo ventaglio cromatico, spesso dominato da toni caldi, terrosi e bruni, inframmezzati da improvvise accensioni di blu e arancio, crea una tensione emotiva costante.
Non c’è compiacimento estetico fine a se stesso, ma ogni pennellata sembra spinta da un’urgenza conoscitiva, da un desiderio di risolvere il mistero dell’altro, in quello che è un esercizio di empatia radicale con l’umanità.
L’artista ci consegna un’immagine dell’umanità che è al contempo fragile e monumentale, grazie a un’arte che non chiede di essere semplicemente ammirata, ma pretende ascolto, poiché ogni suo volto è un grido soffocato che è metafora del desiderio e del bisogno di essere ascoltati che nutre ogni essere umano.
FRANCA FORMIS


Osservando l’arte di Franca Formis, ci si trova dinanzi a vere e proprie orchestrazioni del silenzio.
Nel frastuono visivo della contemporaneità, la sua arte si pone come un atto di resistenza, una parentesi sospesa dove il tempo smette di scorrere linearmente per dilatarsi in un eterno presente, grazie a una visione artistica che trascende la mera figurazione, per diventare un’indagine ontologica sulla solitudine, non tanto come isolamento, ma come condizione necessaria per l’ascolto dell’invisibile.
La pittrice non dipinge il mare, né le barche, né la vegetazione dunale, bensì l’attesa.
La sua tecnica, che a un primo sguardo potrebbe apparire debitrice di un certo realismo lirico, rivela una matrice profondamente concettuale. La pennellata è sicura, ma mai arrogante; accarezza la tela con una sensibilità che definirei quasi tattile.
Le barche adagiate sulla battigia umida non sono solo legno e vernice scrostata, ma il peso della stanchezza, il respiro salmastro di chi ha navigato e ora riposa. Sono memoria.
L’artista utilizza una tavolozza cromatica raffinata, dominata da azzurri cerulei che scivolano nei grigi perla, da ocre calde che ricordano la sabbia riarsa dal sole, e da bianchi che non sono mai puri, ma carichi di luce e di vissuto, di una luce diffusa, spesso malinconica, che non ferisce, ma rivela.
Nelle sue opere, l’elemento umano è quasi sempre fisicamente assente, eppure la sua presenza è assordante.
Si osservi la sdraio vuota sulla spiaggia: quel telo abbandonato, che conserva ancora la forma di un corpo fantasma, è un capolavoro di semiotica visiva. È l’impronta dell’uomo che è passato, ha vissuto ed è andato oltre.
Formis ci racconta la storia di un’umanità fragile, transitoria, posta di fronte all’immutabilità dell’orizzonte marino, dove il mare, nelle sue tele, è il grande Altro. È lo specchio dell’anima, talvolta calmo e riflettente come nelle marine con le vele spiegate, talvolta appena intuito, dietro il nervoso intreccio delle sterpaglie e dei fiori selvatici.
Proprio in quel groviglio vegetale, dove i fili d’erba sembrano scossi da una brezza invisibile, emerge la filosofia dell’artista, nella resistenza.
Questi steli, che si piegano senza spezzarsi, sono metafore dell’esistenza umana. La sua non è una pittura di paesaggio, ma una pittura di stati d’animo, dove ogni quadro è una finestra interiore.
Franca Formis possiede il raro dono di trasformare il banale in sacro, di cogliere quella vibrazione segreta che anima le cose inanimate, conferendo loro una dignità monumentale.
Le barche non sono oggetti, sono creature dormienti; la sabbia bagnata è uno specchio liquido dove il cielo scende a baciare la terra.
Il messaggio che sottende la sua produzione è un invito, sussurrato ma potente, a ritrovare il centro. A fermarsi. A respirare.
In un mondo che corre, la sua arte ci costringe a guardare dentro le crepe della vernice, dentro i riflessi dell’acqua, per trovare l’essenza della vita.
Franca Formis ci ricorda che la realtà è soprattutto ciò che si sente, quando si ha il coraggio di chiudere gli occhi e lasciare che sia il mare a parlare. La sua arte è un’enciclopedia visiva sulla struggente bellezza dell’essere qui, ora, di fronte all’infinito.
VIOLA FUSHA


L’universo di Viola Fusha è un luogo dove la tela diventa il punto di convergenza tra il mondo tangibile e una dimensione onirica, un luogo in cui il colore svela l’essenza più profonda del reale, in quella che non è una mera rappresentazione di quanto è ambito del senso visivo, ma un’evocazione, un invito a trascendere la superficie per esplorare territori interiori carichi di simboli.
Viola Fusha lascia trasparire una personalità artistica che dialoga con i meccanismi dell’esistenza, dalla fragilità alla forza, dalla luce all’ombra.
Lo stile di Viola Fusha è un equilibrio affascinante tra mondi, figurativo e astratto, in un racconto visivo complesso, quanto accattivante, che l’artista veicola attraverso una tecnica che rivela una peculiare fascinazione per il disegno e per l’armonia della resa cromatica.
In alcune opere, l’artista applica inserti a mosaico, frammenti che riflettono luci, colori, emozioni, agendo come catalizzatori di luce e veicolo di messaggi.
Il mosaico, tecnica antica che frammenta e ricompone l’immagine, è metafora dell’esistenza, un insieme di esperienze, ricordi, emozioni, percezioni e sogni.
Le opere di Fusha, dunque, smettono di essere soltanto immagini su un supporto e diventano esperienza sensoriale e spirituale, dove la riflessione e la meditazione trovano casa.
Elementi ricorrenti come i fiori, le scale, le porte e gli alberi, popolano il suo immaginario, assumendo valenze semiotiche profonde. Le rose, con il loro dualismo di bellezza spinosa, alludono alla complessità delle emozioni umane e alla figura della donna. La scala, che si snoda verso un cielo luminoso, è un’evidente allegoria del percorso spirituale, un’ascesa verso la conoscenza, verso una dimensione ultraterrena, un passaggio, così come la porta circondata dalla vegetazione fiorita, una soglia tra mondi, tra ciò che conosciamo e l’ignoto. Tra l’oggi e l’incognita del domani.
L’albero della vita, con le sue radici solide e la chioma rigogliosa, rappresenta il radicamento e l’espansione, mentre il violino è l’anima che osserva e vive il mondo.
La tavolozza emotiva dell’artista spazia dai toni caldi e passionali dei rossi e degli aranci a quelli più introspettivi e spirituali dei blu e dei turchesi, in un dialogo cromatico che sfrutta la grammatica delle emozioni.
La filosofia di Viola Fusha è un’indagine sulla condizione umana, sul rapporto simbiotico tra l’essere e la natura, e si esprime attraverso un’espressione artistica che è un laboratorio dell’immaginario in cui la passione per la vita e un’osservazione lucida delle sue dinamiche si traducono in un linguaggio visivo di rara intensità.
Fusha non offre risposte definitive, ma apre spazi interpretativi in cui lo spettatore è chiamato a diventare co-creatore del significato, a completare il non detto attraverso la propria immaginazione, la meditazione, la riflessione e lo spirito critico, grazie a una dimensione cromatica che dimostra la capacità dell’artista di trasformare il colore in un veicolo di messaggi universali che rivelano come dietro il velo della realtà si celi una poesia profonda che attende solo di essere ascoltata, vissuta, recitata. E capita.
In fondo, una poesia che è metafora dell’anima di Viola Fusha, che chiede il diritto di essere compresa.
ROBERTA LODI RIZZINI


La pittura di Roberta Lodi Rizzini non si limita a occupare lo spazio su supporti, ma lo rivendica attraverso una densità materica che trasuda messaggi, storie, vissuti.
Osservando con attenzione la sua espressione artistica, ci si trova dinanzi a un’estetica della stratificazione, dove il colore cessa di essere un prodotto della mente, per farsi carne, roccia, corteccia.
L’artista opera una sorta di scavo archeologico dell’anima, dove il supporto pittorico diventa un campo di forze in cui la materia lotta per farsi spirito, per abitare la dimensione umana, per avere una propria identità.
C’è un’urgenza tattile, quasi ancestrale, nel modo in cui l’impasto si solleva dalla tela, creando rilievi che catturano la luce, per trattenerla come un segreto custodito nelle pieghe del tempo.
La presenza umana, nelle composizioni di Lodi Rizzini, emerge spesso come un’ombra, come silhouette scure, essenziali, che creano fili comunicativi tra l’osservatore e l’infinito.
In queste figure non v’è traccia di individualismo aneddotico, ma si ritrova la rappresentazione universale di un’umanità in attesa, sospesa tra il peso della terra e l’anelito verso il cosmo.
La tensione tra una figura solitaria che contempla il mare e il tuffatore che sfida la gravità verso una luna ciclopica descrive perfettamente la filosofia di Rizzini, per cui la vita è un transito, un ponte tra ciò che siamo e ciò che sogniamo di divenire, dove il colore non è descrittivo, ma emozionale.
L’oro, ricorrente e totemico, non richiama la ricchezza bizantina, ma la sacralità dell’alchimia, la spiritualità dell’ascesi, la trasmutazione del piombo esistenziale in luce pura.
Il suo approccio alla realtà è una “osservazione lucida” filtrata dal battito del cuore.
Rizzini non copia il mondo né lo fotografa, bensì ne estrae l’essenza vibrante. Quando dipinge il mare, non vediamo solo l’acqua, ma avvertiamo il respiro primordiale delle creature che lo abitano, come i cavallucci marini che danzano in vortici dorati e blu cobalto.
La ripetizione del cerchio, della spirale, del disco solare, suggerisce una visione ciclica dell’esistenza, un eterno ritorno dove ogni fine è solo la premessa di una nuova metamorfosi.
Le sue tele sono ferite aperte che sanno di carezza, e, in esse, la tecnica si fa ancella di un messaggio profondo con cui l’artista ci dice che la bellezza è un atto di resistenza contro il vuoto che la vita sa inventare.
C’è un silenzio assordante nei suoi scenari, carico di tanta poetica malinconia, eppure, è un silenzio che parla, che invita alla riconnessione con il sé, che invita a meditare sui veri valori del vivere.
La scritta “Nato per creare” che compare in una delle sue opere non è un semplice vezzo grafico, ma una dichiarazione d’intenti, un manifesto ontologico, un punto esclamativo che racchiude un’enciclopedia di messaggi filosofici.
Nato per vivere è una dichiarazione potente, soprattutto nel mondo contemporaneo, dove troppi trascorrono una serie infinita di giorni tutti uguali, con il desiderio di cambiare, ma senza il coraggio di farlo.
L’artista non ordina il caos, ma gli dà una forma emotiva, rendendo visibile l’invisibile, sbattendoci in faccia le nostre fragilità.
La sintassi di Roberta Lodi Rizzini è un’arte che è, al contempo, indagine filosofica e rifugio poetico.
Ogni cromia è un battito, ogni vortice di colore una memoria che si cristallizza, trasformando la fragilità umana in una potenza espressiva capace di sfidare l’indifferenza del mondo.
È un invito a guardarsi dentro per scoprire che, sotto la crosta della materia, batte un cuore pronto a spiccare il volo verso orizzonti di fuoco.
Basta solo decidere di vivere.
LAURA MANCARELLA


Quello di Laura Mancarella è un vero e proprio universo, una distillazione alchemica, un’indagine archeologica condotta negli strati più profondi dell’emozione, della memoria e delle percezioni, che l’artista racconta, creando opere d’arte.
La sua è una pittura che scava, alla ricerca dell’essenza, alimentata da una visione artistica che trascende la dicotomia tra figurazione e astrazione per approdare a una forma di paesaggismo interiore, dove l’orizzonte non è una linea geografica, ma la soglia vibrante tra il visibile e l’invisibile, tra quanto è tangibile e ambito del senso della vista e quanto, invece, fa parte della dimensione spirituale.
Lo stile dell’artista è inconfondibilmente materico. Mancarella non dipinge semplicemente una superficie, ma la costruisce, la aggredisce, la cura, la lascia sedimentare come un processo geologico.
L’uso di strati di colore spessi, di paste dense che si crepano sotto l’azione di forze interne, di sabbia e inserti di svariati materiali, trasforma la tela in un campo di battaglia e, al contempo, in un luogo di rivelazione dove ogni crepa, ogni ossidazione, ogni grumo è una parola di un linguaggio profondamente umano.
La sua tecnica evoca l’Informale materico europeo, ma se ne distacca per una ricerca costante di una luce interiore, di un fulgore che erompe dalla massa oscura, come si osserva nelle opere dominate da bagliori dorati che squarciano cieli di cenere o terre combuste.
Buio e luce, opacità e brillantezza, stasi e movimento sono le regole della sua sintassi, che spazia dai bruni e neri bituminosi, che parlano di profondità e di peso esistenziale, ai rossi della passione e del conflitto, fino ai blu e ai turchesi corrosi dal tempo, memori di patine antiche e di malinconie liquide.
L’oro è il punto di fuga spirituale, il residuo incandescente di un’esperienza, il seme di una speranza o la cicatrice preziosa di una ferita. È l’elemento sacro che emerge dal profano, la trascendenza che si fa strada nella caducità della materia.
Sul piano semiotico, le opere di Mancarella sono potenti catalizzatori emotivi. Non raccontano storie, ma evocano stati d’animo universali. La linea dell’orizzonte, quasi sempre presente, agisce come un confine psicologico: al di sopra, un cielo spesso gravido, tempestoso, un luogo di pensiero e di attesa; al di sotto, una terra densa, vissuta, solcata da eventi, il regno dell’esperienza e dell’essere.
Lo spettatore è posto di fronte a un “paesaggio-stato”, un luogo che riconosce non tanto con gli occhi, ma con l’inconscio.
Così, l’artista riesce nell’impresa di trasformare il colore in verità emotiva, rivelando l’infrastruttura invisibile del reale.
La filosofia che sottende questa produzione è quella di un realismo esistenziale. Mancarella osserva il mondo con lucidità, ne coglie la fragilità, il decadimento, la violenza, ma, al contempo, vi infonde una passione vitale che si rifiuta di soccombere.
La sua arte è il punto di equilibrio tra l’accettazione della caducità e l’affermazione irriducibile della bellezza e del valore. Le sue tele sono finestre su un mondo alternativo, ma, in fondo, sono anche specchi sulla nostra stessa dimensione, che riflettono la nostra stessa, complessa, topografia interiore, fatta di oscurità, di fratture e di improvvise, abbaglianti, venature d’oro.
CHIARA MENETTI


L’arte di Chiara Menetti non è una semplice espressione di quanto è ambito del senso visivo, ma è un’indagine condotta da un’antropologa della vita che scortica, smonta, setaccia, infine ricompone il mondo intorno a lei in una sintesi emozionale tra uomo, ambiente e animali.
La pittura di Menetti cessa di essere pura mimesi per farsi “evento”, un luogo di collisione tra l’ordine ieratico del dettaglio anatomico e l’anarchia gestuale di uno sfondo che respira, urla e diventa sostanza.
Dalle sue opere, si percepisce una dialettica serrata tra il soggetto e lo spazio. Menetti sceglie supporti dotati di una propria memoria tattile, come la tela grezza, di lino e cotone, o il legno riciclato, su cui l’artista opera una stratificazione che richiama l’action painting, ma piegata a una necessità concettuale superiore, per cui le colature di colore, i graffiti testuali e le pennellate materiche non sono semplici decorativismi, bensì tracce di un inconscio che preme per emergere, un rumore di fondo che circonda la solitudine maestosa della vita.
La sua peculiarità stilistica si nota in questo equilibrio precario tra il “finito” dello sguardo animale e l’”infinito” del caos cromatico, negli occhi del leopardo, che sono pozzi di consapevolezza che trafiggono l’osservatore, obbligandolo a un’inversione di prospettiva.
Un equilibrio che si nota anche nella capacità armoniosa dell’artista di creare movimento e profondità sulle tele.
Qui la semiotica è chiara, l’animale non è l’oggetto della visione, ma il soggetto che ci guarda e ci giudica. Il colore vibra, dal viola elettrico ai gialli delle gocce che rigano la superficie come pioggia acida, come lacrime di luce.
C’è una filosofia profonda che sottende questa estetica del contrasto, con cui Menetti sembra dirci che la protezione è un atto di reciprocità amorosa, come suggerito dal groviglio sinuoso dei fenicotteri, e che l’equilibrio non è assenza di movimento, ma una danza armoniosa tra forze opposte, perfettamente incarnata dal moto circolare dei pesci combattenti.
Il suo approccio è orientato ai sentimenti: ogni opera è una ferita aperta sulla bellezza, una carezza ruvida che scuote l’anima intorpidita del contemporaneo. Le scritte che affiorano tra i costrutti cromatici, frammenti di pensieri o vere e proprie provocazioni, agiscono come guizzi emotivi che ancorano l’opera a una dimensione umana, imperfetta e profondamente autentica.
Menetti trasfigura il reale, non per scappare, ma per rivelarne il nucleo incandescente, quella passione lucida che trasforma un cetaceo nel simbolo del sublime nascosto dietro l’ovvio.
Perché l’arte di Menetti è un atto di resistenza poetica, un invito a riscoprire la forza della fragilità e la visione come atto d’amore puro, dove ogni tratto e ogni guizzo cromatico sono battiti del cuore, sono memorie che si stratificano e sono respiri che cuciono i giorni che chiamiamo vita.
MARIA GRAZIA NOLLI


Il linguaggio artistico di Maria Grazia Nolli sembra l’esaltazione dello stato di silenzio, di meditazione, di profonda ricerca interiore, mentre il mondo urla caos e cacofonie. L’artista lascia prevalere la voce dell’anima, in una sua distillazione poetica, un processo alchemico in cui la pittrice non descrive il mondo, ma ne dipinge l’eco interiore.
Osservare le sue tele significa accettare un invito a perdere le coordinate del noto per navigare nelle acque incerte, ma profondamente autentiche, della percezione emotiva, per entrare in sintonia con la visione artistica di Nolli, un approccio all’esistenza per cui la realtà non è un dato oggettivo, ma un flusso continuo, una sostanza malleabile che si deforma sotto il peso dei ricordi e delle sensazioni.
C’è una lucida malinconia nel suo sguardo, che affonda le radici nella filosofia di Eraclito dell’eterno divenire.
Il suo stile si colloca in quella terra di confine tra l’Informale e un’astrazione atmosferica, dove il gesto non è mai violento, ma sempre meditato, quasi una carezza sulla tela grezza dell’esistenza.
Nella sua grammatica del colore si nota una tensione dialettica tra la verticalità e la dissoluzione. Nelle opere in cui il blu domina sovrano, andando al di là dell’essere un semplice colore, ma diventando spazio, abisso e respiro, assistiamo a una liquefazione della forma.
Le colature, quelle linee sottili e tremolanti che scendono dall’alto verso il basso, non sono semplici accidenti tecnici, ma cicatrici del tempo, pioggia dell’anima, gravità che ci ricorda la nostra ineluttabile connessione con la terra.
Il colore come filosofia, dunque, steso con velature che lasciano intravedere la stratificazione del pensiero, come se ogni passaggio fosse un giorno vissuto, un’emozione sedimentata, un ricordo.
D’altro canto, quando la sua tavolozza vira verso i toni dell’ocra, dell’oro e dei grigi argentei, la semiotica cambia registro, l’acqua non è più l’elemento primario, ma lo diventa la memoria della terra.
In queste composizioni, la luce sembra emergere a fatica da una materia densa, graffiata, corrosa. È la poetica del frammento, perché Nolli ci parla della fragilità. Ci dice che nulla è eterno, eppure, in quella transitorietà, c’è una bellezza straziante che merita di essere salvata.
I blu profondi e abissali, contrapposti ai gialli terrosi e ai bianchi sporchi, non sono scelte decorative, ma stati dell’essere. Il blu è l’introversione, il sogno, l’inconscio che dilaga e sommerge i confini della razionalità; l’ocra è la resistenza, la traccia storica, il calore di un ricordo che sbiadisce, ma non scompare.
In termini filosofici, l’opera di Maria Grazia Nolli è un’indagine sulla precarietà, che riesce a trasformare la materia in vibrazione, rivelando che l’essenza del reale non è una forma chiusa, ma l’intervallo, lo spazio che intercorre tra un battito e l’altro.
Nolli non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente con l’anima. Le sue tele sono una pelle che porta i segni, che sanguina colore, che si lascia attraversare dalla luce.
Maria Grazia Nolli ci offre un’arte che ci costringe a sentire, perché le sue opere sono finestre aperte su paesaggi interiori che tutti possediamo, ma che raramente abbiamo il coraggio di esplorare con tale disarmante onestà. È una pittura dove il silenzio si fa voce.
SIMONA SARAO

L’arte di Simona Sarao è un atto di rivelazione, di rottura con tutto ciò che è superficiale, come si comprende bene nella sua opera dove un intonaco bianco si squarcia per mostrare il laterizio sottostante, e tutta la sua produzione artistica si configura come una ricerca dell’anima, un’indagine coraggiosa che fende la superficie del reale per esporne la struttura emotiva, la verità che soggiace.
La visione di Sarao si muove in un equilibrio dinamico tra l’astrazione e un figurativo che trascende il dato visivo per farsi simbolo universale. Così, un istante di intimità tra due amanti diventa un’immersione in un monocromo blu che è al contempo liquido amniotico, sogno, unione e malinconia; i corpi si fondono, protetti da un mare di lenzuola che è un paesaggio interiore, un rifugio dal mondo.
Subito dopo, lo sguardo si perde in un orizzonte infuocato, dove un albero scheletrico si staglia contro cieli di un arancione quasi irrespirabile, nell’esaltazione della solitudine primordiale, la resistenza della vita di fronte all’annientamento. Due poli di un’unica, profonda esplorazione della condizione umana, dell’analisi sul bisogno di fusione e sulla realtà dell’isolamento.
La sua sintassi cromatica si fonda sul colore come linguaggio primordiale, un colore, quello di Simona Sarao, che non veste la forma, ma è sostanza dell’emozione.
I rossi non sono semplici tramonti, ma febbri, urla silenziose, paesaggi interiori incandescenti di passione, angoscia, paura, gioia, di tutto l’insieme delle emozioni provate dall’artista. I blu non sono solo mari o cieli, ma profondità abissali del sentire, spazi di quiete contemplativa o di struggente nostalgia, dove la meditazione prende il sopravvento.
E poi, improvvisamente, l’esplosione cromatica di un’astrazione pura, un caos gioioso dove la spatola non stende, ma scolpisce il colore, lasciando che la materia pittorica diventi essa stessa evento, energia, un frammento di vita colto nel suo farsi, che Sarao sa cogliere e immortalare sulla tela.
In questa semiotica della materia, ogni segno è portatore di un significato che va oltre il visibile. Le colature verticali sono lacrime, pioggia esistenziale, il tempo che scorre e lascia pagine di storia tatuate sull’anima. La materia densa e stratificata è la pelle del mondo, con le sue cicatrici e le sue carezze.
Simona Sarao riesce in quel miracolo che è l’essenza dell’arte concettuale incarnata nella pittura, perché trasforma la chimica dei colori in una fenomenologia del sentire, in un’osservazione lucida, quasi spietata nella sua capacità di cogliere la fragilità e la forza della vita, con una mano animata da una passione che redime, che scalda, che sa declinare il mondo in ogni sfaccettatura.
L’arte di Simona Sarao non nasconde tracce filosofiche con risposte esistenziali, ma apre spazi di risonanza, opportunità di riflessione. Ci mostra che, sotto la pelle della quotidianità, si cela un muro di mattoni che è la nostra storia, la nostra essenza.
Ci fa vedere che, dentro un abbraccio, può esistere l’infinito.
E che nel deserto più assoluto, la vita persiste. Continua, nonostante tutto.
La sua arte è una feritoia, uno squarcio attraverso cui guardare noi stessi, nudi, vulnerabili. Incredibilmente vivi.
LAURA SUAREZ


Entrare nell’universo cromatico di Laura Suarez significa attraversare una soglia dove non ci si ferma a un semplice atto di osservazione, ma ci si immerge in una realtà parallela, dove la grammatica del colore dell’artista si fa veicolo di un viaggio alla scoperta dell’anima.
L’arte di Suarez è un omaggio alla luce. Luce che, nelle tele di Suarez, è l’elemento protagonista, la voce che parla, è energia primordiale, emanazione spirituale, epicentro di ogni racconto interiore.
Che esploda dal petto di una figura femminile, come un sole interiore che irradia filamenti di vita cosmica, o che si manifesti come approdo luminoso al termine di un sentiero boschivo, la luce è sempre il nucleo incandescente attorno al quale si condensa il significato veicolato dall’artista.
Non è la luce descrittiva del realismo né quella atmosferica dell’Impressionismo, ma è una luce concettuale, la sostanza dell’essere che si rende visibile, una verità che straccia lo strato apicale del quotidiano per svelare l’essenza.
Lo stile di Suarez è inconfondibile, radicato in una gestualità impetuosa, ma controllata al tempo stesso. La sintassi cromatica è densa, vibrante, quasi stratigrafica, applicata con una foga che lascia sulla tela le tracce del processo creativo.
I segni, spesso graffiati o stesi con tratti rapidi e direzionali, non definiscono soltanto forme, ma tracciano vettori di energia in cui si avverte il respiro della creazione, il dialogo febbrile tra l’artista e la tela, la forza che trasforma la superficie in un campo di esplosioni emotive.
La grammatica del colore è audace, un contrappunto di ori, gialli e aranci incandescenti, che si scontrano e dialogano con i blu profondi, i viola mistici e i verdi, creando una tensione cromatica che rispecchia il conflitto e l’armonia tra l’Io e l’universo.
Al centro di questa energia si pone quasi sempre una figura femminile, archetipo universale, cercatrice, mistica, anima.
Spesso è ritratta di spalle, in cammino verso la luce, o con gli occhi chiusi, in uno stato di profonda introspezione, scelta semiotica cruciale con cui l’artista non ci invita a osservare un soggetto, ma a identificarci con uno stato dell’essere, in modo tale da non guardare la donna, ma diventare quella donna nel suo viaggio verso la conoscenza, nella sua meditazione, nel suo abbraccio con l’invisibile.
L’abbraccio con una figura eterea, quasi di pura luce e memoria, non è la rappresentazione di un lutto o di un incontro, ma la capacità di trovare conforto in ciò che non ha più corpo, nell’essenza che permane oltre la forma.
La filosofia che sottende la produzione di Laura Suarez è quella di una spiritualità immanente, di una sacralità rintracciabile nel nucleo più profondo dell’esperienza umana.
La sua arte è un ponte tra l’emozione e il simbolo, tra la dimensione personale e la condizione universale, dove non c’è didascalia né narrazione esplicita, bensì l’urgenza di tradurre il dolore, la gioia, la pace, la ricerca di senso, in pura esperienza visiva.
Suarez dipinge ciò che sente in un afflato quasi feroce che le consente di replicare la sua anima sulla tela, dandoci l’opportunità di chiudere gli occhi per vedere davvero.
TERESA TONELLI


L’arte di Teresa Tonelli è un manifesto sull’esistenza, una vera e propria esegesi della condizione umana, condotta attraverso un’indagine in parte sociologica, in parte archeologica.
Osservando con attenzione le opere dell’artista, emerge una tensione dialettica tra l’effimero e ciò che è eterno, tra la fragilità del gesto umano e la pesantezza, quasi geologica, del colore.
Tonelli non dipinge applicando soltanto colore sui suoi supporti, ma scava, stratifica e sedimenta.
La sua visione artistica trascende la cronaca del quotidiano per approdare a una dimensione che è del mito, dell’archetipo, della filosofia.
Nei suoi lavori, la figura umana, spesso declinata nel tema universale della maternità o dell’abbraccio viscerale, non è mai isolata, ma la emerge da una tempesta materica, da impasti densi che sembrano evocare le pareti di una caverna primordiale o i frammenti di un affresco dimenticato dal tempo, peculiarità stilistica dell’artista che si espleta nella rara capacità di coniugare la delicatezza quasi eterea dei volti e degli sguardi con la potenza tattile del supporto.
Questa dicotomia non è casuale, perché è la messa in scena della lotta tra corpo e spirito, tra il desiderio di trascendenza e il vincolo della gravità terrestre.
Sotto il profilo semiotico, il segno di Tonelli è una traccia di memoria. Le superfici graffiate, i colori terrosi, le velature che sollevano nebbia o polvere, fungono da veicoli emotivi che trasportano lo spettatore in uno spazio atemporale in cui non c’è narrazione lineare, bensì un’istantanea dell’anima.
L’approccio al mondo è lucido, privo di sentimentalismi di maniera, eppure profondamente empatico.
L’artista ci ricorda che l’essenza e la realtà non si trovano sulla superficie delle cose, ma nelle loro crepe, nelle rotture, in quegli interstizi dove la materia si fa trasparente e lascia intravedere il nucleo pulsante dell’emozione. Il più delle volte, essenza e verità si trovano dietro la superficie.
La filosofia che sottende la sua produzione è un inno all’essere umano. Attraverso una gestualità che alterna violenza e carezza, Tonelli cattura l’istante in cui ogni individuo cerca rifugio nell’altro, mediante forme che si compenetrano, corpi che si fondono in un unicum che supera la distinzione individuale per farsi simbolo di un dolore o di un amore condiviso, dando luogo a una forma d’arte che diventa un atto di resistenza contro l’oblio.
Teresa Tonelli trasforma il colore in pensiero, attraverso una produzione artistica che ricorda che siamo fatti di terra e di cielo, di pesantezza e di luce, di corpo e di spirito. Grazie a una sapiente tecnica, che manifesta una sintassi cromatica ardita e una grammatica del colore che lavora per sottrazione, l’artista riesce nell’intento arduo, ma affascinante, di rivelare l’invisibile, dando corpo, forma e sostanza a ciò che, altrimenti, rimarrebbe confinato nel silenzio di ciò che non si può cogliere senza avere eguali acume e sensibilità d’animo.
Quella di Tonelli non è un’arte che chiede di essere guardata, ma di essere abitata, respirata e, soprattutto, compresa a fondo.
Perché nella sua comprensione, abita una parte del perché esistiamo.
ATTILIO ZANANGELI


L’arte di Attilio Zanangeli è un’indagine che trascende la rappresentazione di quanto è ambito del senso visivo per approdare a un simbolismo lirico di rara densità concettuale.
L’artista non si limita a dipingere, ma edifica un microcosmo dove la materia pittorica si fa sostanza metafisica, con una visione che è un’osservazione lucida del rapporto tra l’uomo e l’infinito.
Zanangeli opera una sintesi formale che ricorda il primitivismo colto, spogliando il reale dal superfluo per metterne a nudo l’ossatura spirituale.
Al centro della sua produzione campeggia, quasi come un totem, la struttura dell’albero come connettore della densità della terra alla rarefazione azzurrina del cosmo.
L’uso del rilievo dorato non è una scelta puramente decorativa, ma un atto di sacralizzazione della natura e di ascesi che ci riconduce all’aspetto spirituale del vivere. L’oro diventa luce solida, un elemento che rompe la bidimensionalità della tela per imporsi nello spazio fisico dello spettatore, suggerendo che la vita sia una trama preziosa e incorruttibile che attraversa il tempo.
Le figure umane, filiformi e stilizzate, appaiono come presenze in perenne dialogo silenzioso, nel tentativo di allungarsi verso il cielo.
Spesso declinate nelle dualità cromatiche del rosso e del blu, incarnano la polarità dell’esistere, nella passione terrena, nella meditazione e nella contemplazione spirituale.
Queste sagome, prive di tratti somatici definiti, assurgono a icone dell’umanità intera, colte in gesti di offerta, di attesa o di semplice condivisione sotto la protezione dei rami.
L’artista suggerisce che l’identità non è nel dettaglio, ma nella relazione con l’altro e con l’ambiente circostante.
La semiotica di Zanangeli è popolata da farfalle dorate, presenze costanti che punteggiano il cielo, messaggere di una metamorfosi perenne, simboli di un’anima che ha trovato la libertà di volare oltre le contingenze del piano orizzontale.
Il paesaggio, diviso in fasce di colori primordiali, oscilla tra i colori della terra, carica di energia vitale, e cieli turchesi solcati da nuvole che sembrano pensieri fluttuanti. In alcune opere, la comparsa di una barca a vela o di elementi vegetali aggiunge un sapore di viaggio iniziatico, una navigazione verso l’ignoto che non incute timore e meraviglia al tempo stesso.
La tecnica di Zanangeli rivela una sapiente gestione dei contrasti materici. Se lo sfondo è spesso risolto con pennellate fluide e atmosferiche, gli elementi centrali sono definiti da una matericità quasi scultorea.
Questa frizione tra il vapore del cielo e la durezza dell’oro crea una tensione visiva che cattura lo sguardo e ci obbliga a rallentare per riflettere.
La sua filosofia è proprio orientata alla meditazione.
In un mondo dominato dal rumore visivo, Zanangeli propone un silenzio fatto di riflessione profonda, una tregua estetica dove le emozioni non vengono gridate, ma distillate con cura, come si ha cura delle cose preziose. La sua arte è un omaggio alla forza dell’essenza, un tentativo riuscito di trasformare la pittura in un rito di riconciliazione con l’universo.
IMMAGINI DAL VERNISSAGE












































SI RINGRAZIA COSETTA FROSI PER LE FOTOGRAFIE






















