
The Soul of Art è un libro pubblicato nel mercato anglosassone, in lingua inglese. Il volume è disponibile anche in Italia, su tutte le piattaforme online (Mondaddori, Feltrinelli, Hoepli, Amazon…) e può essere ordinato in qualsiasi buona libreria tradizionale.
All’interno ci sono alcuni dei più iconici maestri d’arte che operano in Italia, raccontati dal Dott. Pasquale Di Matteo, critico d’arte internazionale, vicedirettore del magazine Tamago-Zine e analista geopolitico, rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.
L’INTRODUZIONE DI PASQUALE DI MATTEO
In qualità di critico d’arte, sono da tempo convinto che il compito dell’artista non sia semplicemente decorare il mondo, ma rivelarlo.
Per questo motivo, ho scelto di riunire in questo volume trentacinque artisti italiani, le cui voci considero essenziali per comprendere la complessità del nostro tempo presente.
Ciascuno di essi parla attraverso un linguaggio personale – a volte lirico, a volte crudo, a volte sperimentale – che cerca di penetrare oltre la superficie delle apparenze, scoprendo le tensioni, le contraddizioni e le aspirazioni che definiscono la nostra epoca.
Nel corso della storia, gli artisti sono stati testimoni e interpreti della propria epoca.
Otto Dix e George Grosz, con i loro mordenti ritratti della Germania del dopoguerra, o Picasso, con la sua angosciata denuncia della guerra in Guernica, ci ricordano che l’arte può essere uno specchio senza compromessi delle fratture della società.
Oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di artisti che resistano alla tentazione di creare soltanto oggetti gradevoli per interni domestici. Abbiamo bisogno di artisti che osino confrontarsi con le dissonanze della realtà, che sappiano interrogare, provocare e risvegliare il pensiero critico.
Gli artisti qui raccolti incarnano questa responsabilità. Le loro opere non si limitano al diletto estetico; sono atti di riflessione, testimonianza e resistenza. Dimostrano che la bellezza, quando è autentica, non è mai superficiale – è sempre legata alla verità, alla memoria e allo sforzo incessante di dare un senso alla condizione umana.
Presentare queste trentacinque voci italiane a un pubblico internazionale significa affermare il ruolo dell’arte come strumento vitale di dialogo, coscienza e trasformazione. È mia speranza che il lettore incontri in queste pagine non solo opere d’arte, ma anche l’energia vitale di una società che continua a interrogarsi attraverso i suoi artisti.
Di seguito, le traduzioni in italiano delle critiche in inglese su ciascun artista.
GLI ARTISTI
GIULIANA AMBROSECCHIA



MATERIA E ANIMA
Analizzare il corpus delle opere di Giuliana Ambrosecchia significa intraprendere un percorso ermeneutico dentro una dialettica fondamentale: quella che oppone, e al contempo unisce, la densità caotica della materia all’essenza intangibile dell’anima.
La sua non è una pittura che si limita a rappresentare; è un atto di scavo, un’archeologia del sentimento che riporta alla luce frammenti di verità interiore dal magma dell’esistenza, cosicché ogni tela diventa insieme un campo di battaglia e, simultaneamente, un tempio che veicola messaggi esistenziali.
È in questo ossimoro che risiedono la forza propulsiva e la cifra inconfondibile della ricerca dell’artista.
La visione di Ambrosecchia trascende la mimesi del reale per abbracciare un espressionismo che si potrebbe definire “esistenziale”, in cui il mondo esterno – le sue asperità, le sue ferite, la sua complessità inesorabile – viene trasposto sulla tela attraverso una gestualità vigorosa, quasi una lotta fisica con il pigmento e il supporto.
Incontriamo fondi costruiti per successive stratificazioni, dove la spatola non stende ma incide, graffia, accumula e a volte sottrae, lasciando affiorare i substrati come memorie geologiche dell’esperienza vissuta.
In un’opera, con le sue sbarre verticali color ruggine che s’innalzano da un fondo nero e ocra che evoca la sabbia, ciò che vediamo non è un paesaggio ma la percezione di un paesaggio interiore: forse una prigione, o i resti di una struttura che un tempo offriva riparo ed è ora ridotta a scheletro e memoria.
Qui la materia è pesante, palpabile, satura di tempo.
Allo stesso modo, nelle opere puramente astratte, si percepisce un’esplosione di energia cromatica – arancio, oro, viola – orchestrata in pennellate che non descrivono ma costituiscono l’evento stesso: un’eruzione emotiva, un istante di catarsi cristallizzato nella sua dinamica irripetibile.
Eppure, da questo universo materiale, da questo caos primordiale, emerge quasi sempre una figura. È questo il punto di svolta, il fulcro semiotico di tutta la sua produzione.
Le figure di Ambrosecchia, quasi esclusivamente femminili, non sono corpi in senso anatomico, ma ideogrammi dell’anima, epifanie di pura essenza che appaiono con una grazia luminosa, quasi calligrafica.
Sono quasi sempre bianche, o segnate da un contorno netto eppure impalpabile, come composte di luce o silenzio condensati. Questo contrasto non è meramente estetico ma profondamente filosofico.
Se il fondo incarna l’essere-nel-mondo, con il suo peso, il suo rumore, la sua violenza, la figura rappresenta l’essenza: il nucleo inviolabile del sé, la coscienza che osserva, sente, resiste.
La figura accovacciata contro un fondo turbolento di neri, blu e gialli è fissata in una postura fetale – un gesto di autoprotezione, un ritrarsi in se stessi per resistere alla tempesta del mondo.
Eppure, la sua bianchezza non è segno di fragilità ma di resilienza. È un vuoto che si fa colmo di significato, un’isola di quiete in un mare tempestoso.
La pittura di Ambrosecchia suggerisce che l’identità più profonda non si trova nella dispersione ma nel raccoglimento; non è definita da ciò che la circonda, ma dalla sua capacità di rimanere intatta nonostante ciò che la circonda.
Questo tema della trascendenza interiore evolve attraverso molteplici declinazioni. La donna vista di spalle, contro un fondo bruno terroso solcato da striature d’oro, acquista una sacralità quasi bizantina.
Il corpo, sempre traslucido e spiritualizzato, non è più in una postura difensiva ma di contemplazione, circondato da fioriture bianche che sembrano scaturire direttamente dalla sua aura.
Qui il rapporto tra sé e mondo è meno conflittuale, più armonioso, e suggerisce una fase di accettazione e di fioritura interiore. La materia non è più avversaria ma humus fertile.
L’apice di questa evoluzione spirituale si manifesta nell’opera dominata dall’acquamarina, dove la figura perde ogni peso materiale per farsi pura linea, pura danza.
Si leva da un loto – simbolo per eccellenza di purezza e rinascita – e in un gesto di gioia solleva verso il cielo un’altra vita, un bambino tratteggiato con la stessa leggerezza immateriale.
Il mondo qui non è più caotico e denso ma un gradiente fluido e vitale, un grembo cosmico. È la rappresentazione della grazia, della creazione, della liberazione totale dai legami della materia.
A questo punto l’artista rivela una notevole versatilità stilistica, abbandonando spatola e impasto per il pennello e la velatura, dimostrando come per lei la tecnica non sia mai fine a se stessa ma solo veicolo di senso.
La semiotica di Ambrosecchia si costruisce dunque su questa polarità fondamentale: cromatismo denso contro superficie levigata; tinte terrose e scure contro il bianco luminoso; gesto violento contro linea delicata.
Come nella vita, dove il bene e il male sono solo due facce della stessa medaglia.
Anche nelle opere dove la figurazione si fa più complessa, questa dialettica persiste. Ci imbattiamo in un mondo acquatico, forse sottomarino, saturo di bianchi spugnati e blu profondi.
Da un lato, una figura stilizzata è imprigionata in una sorta di scatola prospettica, simbolo di costrizione razionale o isolamento.
Dall’altro, un’altra figura prorompe esultante da un’esplosione di verde, le braccia levate verso due grandi fiori simili a creature fantastiche.
È la narrazione di un percorso: dalla stasi alla liberazione, dalla riflessione all’azione estatica.
La filosofia che sorregge questa produzione è una forma di umanesimo resiliente. Ambrosecchia non nega il dolore, la difficoltà, il peso dell’esistere; anzi, li rende tangibili, quasi tattili, sulle superfici delle sue tele.
Eppure la sua indagine non si ferma alla constatazione del caos. È una ricerca appassionata e lucida del centro di gravità permanente dell’essere umano: la capacità di trovare, o di creare, uno spazio interiore di pace, silenzio e significato.
La sua arte è un atto di fiducia nella capacità dello spirito di non farsi sommergere, di fiorire anche nel terreno più inospitale.
Giuliana Ambrosecchia è un’artista dalla voce autentica e potente, capace di coniugare la forza tellurica dell’Espressionismo Astratto con una sensibilità figurativa di rara eleganza spirituale, veicolando messaggi esistenziali di profonda risonanza filosofica
Le sue opere non sono semplici immagini da contemplare ma esperienze da attraversare, che invitano a toccare con gli occhi la scabrosità del mondo e poi a posare lo sguardo sulla purezza levigata di un’anima che ha trovato il suo posto.
La sua pittura è la cronaca di questa ricerca, un diario di bordo scritto non con parole ma con pigmento, materia e luce.
È testimonianza che anche nella notte più densa, basta un contorno di bianco per affermare l’indomita presenza dell’umano.
ANNA BELLINAZZI



LA MITOPOIESI DELL’ANIMA
La pittura di Anna Bellinazzi è un atto di mitopoiesi.
In un’epoca che ha proclamato la morte delle grandi narrazioni in favore della superficialità delle immagini, la sua arte rappresenta un tentativo audace – quasi anacronistico – di ricostruire un cosmo simbolico personale, uno spazio dove le forze archetipiche dell’anima assumono forma e colore.
Questa non è mera pittura fantastica, né un derivato del Simbolismo storico; piuttosto, è la nascita di una cosmogonia privata, una cartografia dell’inconscio che impiega un linguaggio visivo sontuoso e stratificato per mappare i territori della trasformazione interiore.
L’arte di Bellinazzi rifiuta la superficie del reale per intraprendere un’immersione verticale nelle profondità dell’essere, riportando alla luce visioni dotate della densità del sogno e della perentorietà del mito. La sua visione artistica appartiene a dimensioni parallele e ai labirinti dell’anima. La realtà fenomenica non è il suo soggetto, ma al massimo un vago punto di partenza: un lessico di forme – fiori, acqua, il corpo femminile – viene immediatamente decontestualizzato e riassemblato in una sintassi ultraterrena. In una dimensione parallela, appunto.
Il suo approccio al mondo non è quello di un’osservatrice ma di una sciamana; le sue tele sono portali, spazi liminali dove il velo tra il visibile e l’invisibile si assottiglia, quasi si fa trasparente. La personalità che emerge è quella di un’artista che crede fermamente nel potere salvifico e cognitivo dell’immaginazione, intesa non come fuga dalla realtà ma come strumento gnostico per coglierne l’essenza più nascosta.
Sul piano stilistico, Bellinazzi orchestra una sintesi complessa e altamente personale di correnti diverse. Vi si trova l’opulenza cromatica e la sinuosità decorativa del Liberty, l’intensità emotiva del
Simbolismo fin de siècle, ma animate da una gestualità e una presenza materica che appartengono inequivocabilmente all’esperienza contemporanea. La sua tecnica è alchemica: il colore non è semplicemente steso ma accumulato, graffiato, velato, spesso deposto con una densità d’impasto che conferisce agli elementi naturali una tridimensionalità tattile, quasi scultorea.
Questa carnalità del pigmento crea un drammatico contrasto con la levigatezza eterea con cui sono resi i corpi delle sue figure femminili. È una dialettica fondamentale nella sua opera: la materia pesante, organica del mondo naturale contrapposta alla sostanza luminosa e intangibile dello spirito.
Le sue peculiarità stilistiche convergono in un lessico iconografico ricorrente. Il motivo più pervasivo è la figura femminile alata, articolata in innumerevoli varianti – angelo, farfalla, fata, fenice. Le ali non sono mai un mero attributo decorativo ma il significante primario della trascendenza, della metamorfosi, della capacità dell’anima di elevarsi sopra la condizione terrena.
Che siano le ali composite di una figura in preghiera, o le ali fiammeggianti di una donna-fenice che sorge da un mondo infranto, segnalano sempre un superamento di stato, una liberazione. Una catarsi.
Un altro elemento chiave è l’acqua, spesso popolata di ninfee, simbolo universale di purezza nata dal fango – metafora perfetta del percorso spirituale. Il cosmo, con i suoi pianeti e le sue nebulose, non è uno sfondo astronomico ma la proiezione esteriore di un universo interiore, vasto e misterioso.
La sua palette è audace e antinaturalistica: rossi ardenti, ori sacrali, blu profondi, turchesi spirituali non descrivono la luce ma sono luce stessa, un’irradiazione emotiva e psichica emanata dai nuclei energetici della composizione.
Dal punto di vista semiotico, ogni tela è un’allegoria densa. Bellinazzi non illustra storie; mette in scena stati dell’anima.
L’opera che raffigura una donna alata di spalle, divisa tra un lato oscuro e uno luminoso, con un gatto nero ai suoi piedi (simbolo dell’istinto e del mistero) e un fiore di loto che rappresenta la rinascita, è un potente emblema della dualità intrinseca all’esistenza, della scelta tra ombra e luce, tra il rimanere ancorati alla terra e lo spiegare le proprie ali.
L’artista riesce a trasformare la materia pittorica in veicolo di messaggi profondi che parlano direttamente all’inconscio di chi guarda. La figura che si dissolve in un’esplosione di fiori e schizzi di colore incarna il rapimento estatico della fusione del sé con l’energia vibrante del cosmo – un’immagine di pura gioia creativa.
La sua opera più astratta, un vortice di colore che ricorda il simbolo dell’infinito, è forse la più esplicita nel rappresentare l’energia primordiale, il caos generativo da cui tutte le forme e tutte le vite originano.
La filosofia che sorregge questa produzione magniloquente è una celebrazione della resilienza e della capacità di trasformazione dello spirito – in particolare dell’energia femminile, concepita come forza creativa e rigeneratrice.
La sua visione della vita è fondamentalmente ottimista, seppur mai ingenua. La presenza della distruzione – il mondo infranto da cui sorge la fenice – e dell’oscurità testimonia una consapevolezza della sofferenza e della lotta. Eppure il messaggio ultimo è sempre di rinascita, della possibilità di trasmutare il piombo della sofferenza nell’oro della consapevolezza.
Il rapporto tra la sua arte e l’emozione è diretto, viscerale. Bellinazzi non media, non intellettualizza; la sua passione si manifesta nel cromatismo esuberante e nel tocco vigoroso, mentre la sua lucida osservazione del mondo interiore emerge nella coerenza e precisione del suo linguaggio simbolico.
Anna Bellinazzi è una mitografa moderna, un’artista coraggiosa abbastanza da confrontarsi con i grandi temi universali – vita, morte, rinascita, spiritualità – attraverso un linguaggio pittorico insieme antico e contemporaneo.
Le sue opere sono icone per un’umanità in cerca di nuovi ancoraggi simbolici. Non offrono facili risposte ma aprono finestre su mondi interiori di abbagliante bellezza e complessità. Osservare una sua pittura significa accettare un invito a intraprendere un viaggio verso l’interno, a riscoprire quella dimensione mitica, onirica dell’esistenza che la razionalità moderna ha troppo a lungo cercato di soffocare.
La sua arte è un potente promemoria che, per capire chi siamo, dobbiamo prima imparare a volare.
MARISA BELLINI



L’EPICA DELLA TERRA
In un panorama artistico contemporaneo spesso dominato dall’astrazione concettuale e dalla smaterializzazione dell’opera, l’espressione pittorica di Marisa Bellini si afferma con la forza imperiosa, inattesa, di un canto della terra.
La sua ricerca costituisce un atto di resistenza alle contaminazioni del nostro tempo: un’affermazione potente, tenace, della centralità della figura umana e del suo indissolubile legame con il tempo, il lavoro, il paesaggio. La sua è un’etica del realismo.
Non siamo di fronte a una mera documentazione etnografica, bensì a una trasfigurazione poetica che eleva la fatica, la vecchiaia, il legame ancestrale con la terra a categorie universali dello spirito umano, conferendo una monumentalità quasi sacra a volti e gesti troppo spesso relegati dalla storia ufficiale ai margini.
La visione di Bellini affronta il reale come un terreno da scavare per l’archeologo.
Il suo approccio al mondo è infatti quello di un’archeologa dell’anima, che disotterra storie e dignità da sotto le stratificazioni del tempo. La sua personalità, riflessa in ogni tela, è quella di un’artista dotata di una rara forma di compassione, nel senso etimologico di “patire con”.
Nei suoi ritratti non c’è distacco, non c’è compiacimento estetizzante nella rappresentazione della povertà o della vecchiaia.
Al contrario, si percepisce un rispetto profondo, un dialogo silenzioso tra pittrice e soggetto, raffigurato sulla tela come custode di un’antica sapienza e di una forza indomabile.
Sul piano stilistico, Bellini dimostra una padronanza tecnica che le consente di modulare il linguaggio pittorico in base al soggetto e al messaggio.
Nella sua pratica emerge un’affascinante dualità. Da un lato, in opere come il ritratto della neonata, incontriamo una pittura più levigata, quasi accademica, dove delicate velature costruiscono la sottigliezza degli incarnati e una luce soffusa avvolge la purezza di una vita appena sbocciata nel mondo. È una pittura che carezza – una poesia per lo sguardo.
Dall’altro lato – e forse con maggior potenza e carattere – Bellini adotta un espressionismo materico, un verismo tellurico dove il colore si fa denso, grumoso, tattile.
Qui la superficie pittorica stessa diventa componente significante dell’opera, metafora delle vite dei soggetti rappresentati.
L’epidermide della tela, corrugata e spessa, è la pelle stessa dei volti segnati dal sole e dal vento; è terra arata, corteccia d’albero. Questa scelta tecnica non è mai casuale, ma un modo per fondere significante e significato, rendendo tangibilmente presenti la fatica e la resilienza.
I suoi tratti stilistici ricorrenti costituiscono un vero e proprio atlante umano e simbolico. L’artista elegge la vecchiaia a soggetto privilegiato, non per indugiare nella nostalgia, ma per celebrare la vita nella sua pienezza. I volti dei suoi anziani sono mappe esistenziali, dove ogni ruga è un cammino percorso, ogni solco un racconto di gioie e dolori.
Le mani, quasi sempre in primo piano, sono nodose, deformate dal lavoro, mai inerti; sono mani che hanno sostenuto, coltivato, costruito.
Le figure femminili, in particolare, si elevano a ruolo di cariatidi di un mondo rurale e ancestrale.
La donna che porta la legna sul capo non è semplicemente una contadina, ma un archetipo della forza, simbolo della capacità femminile di reggere il peso del mondo con regale dignità. Le lavoratrici chinate sui campi, quasi fuse con la terra che lavorano, compongono un fregio moderno che ricorda la solennità delle Spigolatrici di Millet, ma percorso da un’immediatezza carnale e una crudezza materica del tutto contemporanee.
La palette di colori di Bellini aderisce a questa visione: dominata dai bruni, dagli ocra, dai verdi smorzati, dai grigi – i colori della terra e della pietra. Eppure, questi toni sono improvvisamente squarciati da un rosso vibrante, dall’azzurro intenso di un cielo terso – lampi di vitalità che lacerano il quotidiano e ne rivelano l’energia nascosta.
La semiotica delle opere di Marisa Bellini è potente perché radicata nell’universale.
L’artista riesce a trasformare la materia in qualcosa di più profondo, svelando l’essenza del reale attraverso una rappresentazione fedele ma mai servile. L’anziano che posa col suo bastone non è solo un ritratto, ma l’incarnazione della memoria storica, custode di un sapere a rischio di scomparsa.
L’uomo barbuto – forse artigiano, forse pensatore – assorto nel suo lavoro, incarna la concentrazione, la dedizione, il valore dell’attività manuale e intellettuale come contraltare alla frenesia del mondo moderno.
Bellini non cerca di commuovere con la narrazione, ma con la pura presenza. Le sue figure ci guardano, o si ritraggono nella propria dimensione, e in entrambi i casi ci interrogano sulla nostra stessa esistenza – sul nostro rapporto con il tempo, con il lavoro, con le radici.
La filosofia che anima la sua espressione artistica è un umanesimo profondo, radicato nella convinzione che ogni vita, specie la più umile e appartata, possieda un nucleo inviolabile di sacralità. La sua visione parla della ciclicità dell’esistere, dal neonato all’anziano, e trova l’epico non nelle gesta grandiose ma nella perseveranza dei gesti quotidiani: fare il pane, coltivare la terra, camminare in montagna.
Il suo rapporto con l’emozione è diretto, mai sentimentale. La sua passione si traduce nel gesto vigoroso della spatola, la sua osservazione lucida nella precisione anatomica e psicologica dei ritratti.
È un equilibrio sapiente tra partecipazione emotiva e controllo formale, che impedisce alle sue opere di scadere nel patetico e le eleva invece a testimonianze universali della condizione umana.
Marisa Bellini si colloca nella grande tradizione figurativa che da Courbet giunge a Guttuso, ma la reinterpreta con una sensibilità e una tecnica del tutto personali.
Il suo lavoro è un canto polifonico dedicato agli umili, ai dimenticati, a coloro che con le loro vite silenziose e laboriose hanno costruito – e continuano a reggere – il mondo.
In un’epoca di immagini fugaci e identità fluide, la sua pittura ci ancora a una verità primordiale, ricordandoci che la nostra essenza più profonda è inscritta nella terra che calpestiamo e nei volti di chi ci ha preceduto.
Le sue tele non sono finestre su un mondo passato, ma specchi che riflettono la nostra umanità più autentica.
CARLA BERTOLI



L’IDENTITÀ RITRATTA
L’arte di Carla Bertoli è un punto interrogativo che si libra sulla natura del volto in un’epoca di infinita riproducibilità e frammentazione. Carla Bertoli nasce come mosaicista, una tecnica mista che fonde ricerca, cultura, pittura e mosaico moderno.
Carla Bertoli trasforma l’uso di materiali riciclabili in forma artistica, utilizza elementi riciclati con la tecnica del mosaico e li trasforma in elementi pittorici e volumetrici che compongono le parti del supporto in 3D.
La sua espressione artistica non è ritrattistica nel senso classico, ma piuttosto un’indagine critica – una dissezione quasi chirurgica della superficie facciale, intesa non come specchio dell’anima ma come palcoscenico effimero sul quale si rappresenta il complesso dramma dell’identità contemporanea.
Attraverso un linguaggio che fonde l’impatto grafico della Pop Art, l’urgenza emotiva dell’Espressionismo e una vocazione materica altamente personale nutrita da una grammatica di oggetti ritrovati, Bertoli smaschera la maschera, esponendo le dense stratificazioni che costituiscono – e talvolta imprigionano – il nostro senso del sé.
La sua visione si distanzia deliberatamente da ogni tentazione di imitazione, scegliendo invece di raffigurare icone del nostro tempo attraverso le quali svela il tessuto della società contemporanea. Bertoli non è interessata a cogliere la somiglianza, ma a interrogare il fenomeno del volto in quanto costruzione sociale, culturale e psicologica: cosa c’è dietro di esso, e cosa esso rappresenta
Che si tratti di un’icona pop come David Bowie, di un archetipo come il clown, o di un volto anonimo, il suo sguardo non è mai neutro. Funziona come uno strumento di analisi che frammenta, isola dettagli, esalta tensioni cromatiche, lacera la superficie per rivelare lo sforzo sottostante. La sua personalità artistica è quella di un’osservatrice acuta e disincantata della commedia umana, acutamente consapevole della fragilità delle nostre maschere e catturata dalla bellezza dissonante che da esse emerge.
Sul piano stilistico, il lavoro di Bertoli si distingue per una sintesi audace e originale. La base è spesso riconducibile a un’estetica Pop, evidente nell’uso di campiture piatte e antinaturalistiche e di contorni netti che definiscono le forme con precisione grafica, come nel suo ritratto di Marina Abramović.
Eppure questa composizione quasi da poster viene sistematicamente “contaminata” e complicata da interventi diversi che testimoniano la sperimentazione incessante dell’artista nel forgiare il suo idioma peculiare.
In primo luogo, c’è un Espressionismo cromatico e gestuale: il colore a volte cola, si scontra e si mischia impetuosamente, come nel volto del clown, dove il trucco si dissolve in una maschera di dolore liquido. In secondo luogo, l’artista innesta sulla tela elementi eterogenei – frammenti di realtà che irrompono nella finzione pittorica, generando un cortocircuito percettivo e concettuale, manifestazione del suo impulso polimaterico essenziale.
Lo sfondo a mosaico frantumato dietro il volto di Bowie non è una mera decorazione ma una metafora visiva di una celebrità scheggiata in mille riflessi dall’industria culturale e dall’adorazione dei fan. Il trucco sulle guance di Twiggy, famosa modella del passato, diventa un elemento dirompente e potente, come una medicazione, segno di una ferita reale, sulla superficie artificiale del cosmetico, producendo una dissonanza cognitiva che indaga il rapporto tra apparenza e sofferenza, tra cosmetico e cura.
Queste strategie stilistiche ricorrenti servono un più ampio programma di decostruzione.
I tagli compositivi sono spesso estremi, quasi fotografici, isolando il volto dal suo contesto e forzando un confronto intimo, a volte brutale, con l’osservatore. Lo sguardo è un elemento cruciale: quello diretto e asimmetrico di Bowie sfida e interroga, mentre altri volti levano gli occhi al cielo in pose di estasi o supplica, o si volgono di profilo, persi in una dimensione interiore inaccessibile.
Lo spettro cromatico di Bertoli è audace, spesso elettrico: blu glaciali, rossi sanguigni, gialli acidi, neri profondi. Il colore non descrive carnagioni ma stati emotivi; è colore psicologico, che traccia la temperatura dell’anima.
La semiotica dell’opera di Bertoli si focalizza dunque sul tema della maschera e dell’identità come performance. Il clown è l’archetipo più esplicito: il suo volto è un campo di battaglia tra l’allegria richiesta dal ruolo e la tragedia che trapela dalle colature di pigmento. Eppure per Bertoli ogni volto è una maschera. Trucco pesante, pose studiate, persino l’iconicità di un volto famoso – tutte sono forme di mascheramento, ruoli assunti all’interno della società.
Con il suo bisturi pittorico, Bertoli non tenta di strappare la maschera in cerca di un volto “vero” sottostante; piuttosto, ci mostra che l’identità contemporanea è la maschera stessa: un collage instabile di ruoli, immagini, ferite e artifici, tutti sostenuti dall’effimera economia delle immagini consumate in poche ore e valutate in base al numero di like ricevuti più che dai ricordi o dagli ideali che ispirano.
Così Bertoli riesce a trasfigurare la sua sintassi cromatica in una riflessione profonda sulla natura fragile e costruita del nostro essere-nel-mondo. Le emozioni che suscita non sono mai univoche, ma invariabilmente ambivalenti: ammirazione e pietà, fascino e repulsione, glamour e decadenza.
La filosofia che emerge da questa indagine è inconfondibilmente postmoderna. Se l’umanesimo classico vedeva il volto come luogo della verità individuale, Bertoli lo rappresenta come luogo della rappresentazione – e spesso, dell’alienazione. La sua è una visione che abbraccia complessità e contraddizione senza cercare facili sintesi.
Il rapporto tra la sua arte e l’emozione è sempre mediato da un lucido intelletto critico; la passione è evidente nel gesto e nel colore, eppure è costantemente governata da un preciso intento analitico. Non c’è abbandono lirico, ma piuttosto una tensione costante tra l’impulso a esprimere e la volontà di proporre significato.
Carla Bertoli è una delle voci più originali e necessarie sulla scena artistica italiana, poiché la sua pratica artistica trascende la ritrattistica per diventare una forma di saggio visivo sull’identità in un’era di dilagante crisi identitaria. Attraverso un linguaggio ibrido che contamina la purezza della pittura con la concretezza dell’oggetto, ci costringe a guardare oltre la superficie levigata delle immagini e a confrontarci con la natura complessa, stratificata e spesso ferita di ciò che chiamiamo “volto”.
Le sue tele ci parlano, rivelando la nostra stessa condizione umana.
PAOLA BRADAMANTE



GEOLOGIA DELL’EVENTO
La ricerca artistica di Paola Bradamante non aspira a rappresentare il mondo, ma piuttosto a ricreare, in vitro, sulla superficie della tela, i processi energetici e le dinamiche tettoniche che al mondo danno forma e sostanza stessa.
La sua è un’astrazione che rifiuta l’autoreferenzialità del segno per farsi indagine ontologica: un’immersione audace, viscerale, nelle forze primordiali che governano l’universo.
Ogni sua opera è un tentativo di restituire vita alla nascita dell’universo – non attraverso la produzione di una mera immagine, ma mettendo in scena una narrazione visiva di un evento colto nel momento stesso del suo accadere.
La visione artistica di Bradamante trascende la dicotomia tra figurazione e astrazione, posizionandosi invece in una terza dimensione – quella della “presentazione”.
L’artista non imita la natura ma ne emula i processi generativi, approcciandosi al mondo come una geologa dell’anima, che osserva fratture, eruzioni, sedimentazioni e cristallizzazioni non solo come fenomeni esterni ma come potenti metafore di dinamiche interiori.
La sua personalità, riflessa nel gesto vigoroso e nella complessa stratificazione delle sue opere, è quella di un’artefice che non teme di lottare con la materia – trovando nella sua densità, nella sua resistenza, nella sua imprevedibile reattività la fonte stessa del suo linguaggio.
Sul piano stilistico, siamo nel dominio dell’Art Informel e del matiérisme, una tradizione che da Fautrier e Burri giunge alle più recenti esplorazioni, ma che Bradamante reinterpreta con un rigore compositivo e una sua personale, unica sensibilità cromatica.
La sua tecnica è un processo alchemico, una manipolazione controllata di elementi eterogenei. La superficie pittorica diventa un bassorilievo: impiega impasti densi, quasi cementizi, che modella, incide, corruga, creando una “pelle” pittorica dotata di una propria topografia, di una propria ineludibile fisicità.
A questa epidermide ruvida e opaca si contrappongono spesso aree di colore più fluido, smaltato, o velature traslucide ottenute con resine e altri materiali – generando un dialogo teso e affascinante tra solidità e liquidità, tra opacità della terra e trasparenza della luce o dell’acqua.
In diverse opere si intuisce l’incorporazione di materiali recuperati o sperimentali – carte accartocciate, membrane tessili – non semplicemente applicati, ma sommersi nel pigmento, divenendo parte integrante e strutturale dell’opera stessa.
I suoi tratti stilistici ricorrenti definiscono una sintassi visiva di grande coerenza e forza. La struttura compositiva di molte opere si fonda su una dialettica fondamentale, quasi archetipica: una massa scura, pesante – prevalentemente nera o blu notte – occupa la parte inferiore della tela.
È un fondamento ctonio, la rappresentazione della materia primordiale, indifferenziata, il caos o l’abisso tellurico.
Da questa oscurità – o contro di essa – irrompe l’evento cromatico: un’esplosione di colore puro che prorompe, si espande, lacera la superficie. Non è un colore che riempie una forma, ma una forza che crea la forma con la sua stessa manifestazione.
Il verde non è un prato, ma l’energia della vegetazione, la forza tellurica che si erge.
Il giallo e l’arancio sono energie vitali, nuclei di potenza solare o vulcanica che si liberano da un contenimento oscuro.
Nel suo dittico, dalle potenti falcate di blu e bianco, la dinamica cambia: non più verticale ed eruttiva, ma vorticosa, ciclonica. È l’energia dell’acqua o dell’aria, un confluire di forze che spiraleggiano su se stesse in moto perpetuo.
La semiotica di questa pittura è dunque radicata negli elementi primari dell’esistenza. Paola Bradamante non narra storie, ma mette in scena forze pure. Lo spettatore è posto davanti a un dramma senza attori umani: il dramma della creazione stessa.
Ella riesce a trasfigurare la materia – pigmento, gesso, carta – in un processo vivente, rivelando l’essenza del reale come incessante trasformazione.
Le emozioni che le sue opere suscitano non sono legate all’aneddoto ma più profonde, quasi fisiologiche: si sente la tensione, la pressione, la frattura, il rilascio di energia.
È un’arte che parla un linguaggio preverbale, connettendosi direttamente con la nostra memoria ancestrale dei grandi fenomeni naturali.
La filosofia che sottende questa pratica è una forma di naturalismo astratto, un panteismo materiale che colloca il sacro non in una dimensione trascendente ma nell’immanenza della materia e delle sue leggi. La visione della vita di Bradamante è dinamica, conflittuale, ma infine generativa.
Ogni sua opera è la rappresentazione di una crisi che conduce a una nuova forma, di un caos che si cristallizza in ordine.
Il rapporto tra la sua arte e l’emozione è mediato dalla fisicità del gesto: la passione dell’artista non è illustrata ma inscritta direttamente nella violenza controllata con cui aggredisce e modella la superficie.
La sua osservazione lucida, al contrario, si manifesta nell’impeccabile equilibrio delle composizioni, nella maestria con cui gestisce pesi, vuoti, volumi e contrasti cromatici.
L’espressione artistica di Paola Bradamante esalta la capacità di unire la sperimentazione materica a un profondo senso della forma e della struttura.
La sua è un’arte severa ma sontuosa, che invita a guardare oltre la superficie delle cose per contemplare le forze invisibili che le animano. Le sue tele non sono oggetti da osservare a distanza, ma campi di energia che ci attraggono, ci interrogano, ci ricordano la nostra stessa natura di esseri fatti della stessa materia stellare e tellurica che vediamo lottare, e trovare pace, dentro i suoi dipinti.
La pittura di Bradamante non ha bisogno di parole per spiegarsi, perché parla il linguaggio universale e primordiale della creazione.
DANIELA BUSSOLINO



LE SCENE DELL’ANIMA
L’universo artistico di Daniela Bussolino non è un mondo ma un palcoscenico, sul quale ciascuna delle sue opere – sia essa dipinta con la densità degli acrilici, tracciata con la delicatezza della matita, o composta attraverso pixel digitali – si presenta come una scena tratta da un dramma o un poema non scritto, un fotogramma sospeso che allude insieme a un prima e a un dopo.
Analizzare la sua espressione artistica significa accedere al repertorio di una regista dell’anima, di un’artefice che non si vuole confinare in un unico linguaggio, ma modula stili e tecniche con un’espressività poliedrica per dar voce ai registri diversi, e a volte contraddittori, dell’esperienza femminile.
La sua pittura, e più in generale la sua arte, è un atto di narrazione per frammenti, una polifonia visiva la cui coerenza risiede nella costante e appassionata esplorazione della grazia, della solitudine e della forza interiore.
Bussolino interpreta la realtà non come un dato oggettivo da replicare, ma come un’eco emotiva da mettere in scena. Il suo approccio al mondo è teatrale, guidato dalla percezione e saturo d’emozione.
Le sue figure sono quasi sempre protagoniste isolate, o assorbite in un dialogo coreografico, colte in un momento di rivelazione, attesa o celebrazione.
È qui che emerge la sua doppia natura di pittrice e scrittrice, poiché la sua mano non si limita a descrivere ma evoca, suggerisce, narra, costruisce un’atmosfera densa di potenziale narrativo.
La donna in rosso, avvolta in un nimbo di luce angelica, non è semplicemente una figura col calice ma un’eroina tragica, una moderna Medea sospesa tra perdizione e redenzione, il cui dramma interiore si materializza nel vortice di pennellate che la circondano.
Sul piano stilistico, l’artista dimostra una versatilità notevole e coraggiosa, che è la chiave di volta per comprendere l’intera sua ricerca.
Daniela Bussolino non è un’artista legata a un solo stile, ma una sperimentatrice che adatta medium e maniera alla storia che intende svelare.
Nella sua produzione pittorica si possono identificare almeno tre registri principali.
Il primo è un Espressionismo drammatico, caratterizzato da un cromatismo audace, un chiaroscuro teatrale e una pennellata energetica, tattile.
A questa vena appartengono opere come la ballerina sulle punte o la già citata dama in rosso, dove il colore – soprattutto il rosso, significante di vita e pericolo – diventa il protagonista emotivo della scena.
Il secondo registro è una sintesi lirica, quasi musicale, che richiama certe eleganze moderniste.
Le danzatrici stilizzate su fondo arancio ne sono l’esempio perfetto. Qui l’anatomia si astrae, i volti scompaiono, la figura si trasforma in un ideogramma di pura grazia e movimento. La linea diventa essenziale, il colore è steso in campiture piatte e vibranti.
Non è più il dramma dell’individuo a essere messo in scena, ma la gioia di un ritmo collettivo, un’ode alla leggerezza e alla fratellanza. Anche le tre danzatrici in abiti dai colori primari su fondo nero partecipano di questa logica, seppure con una maggiore ricchezza materica nel panneggio.
Infine, emerge un terzo registro: quello del realismo poetico.
Il ritratto della fanciulla incoronata di fiori svela un’altra mano, capace di estrema delicatezza e di un’indagine psicologica profonda. Qui la pittura a olio cede il passo al disegno, alla grafite, forse alla sanguigna. Il tumulto espressionista tace per lasciare spazio a una quiete contemplativa. In quest’opera si intravede un ponte diretto con l’altra sé dell’artista, la scrittrice di tenere favole come Un Amore a Quattro Zampette.
C’è la stessa innocenza, la stessa attenzione alla purezza e alla delicatezza che, pur meno appariscenti, costituiscono chiaramente un nucleo fondamentale della sua sensibilità.
Questi diversi modi espressivi non sono segno di incertezza ma di una ricchezza e libertà non comuni. Attestano un’artista che pensa come una regista, selezionando l’inquadratura, l’illuminazione, lo stile di recitazione più adatti alla scena.
La sua recente esplorazione della Digital Art non è altro che il naturale proseguimento di questo approccio, una nuova cassetta degli attrezzi con cui continuare a narrare storie, forse attraverso linguaggi ancora altri.
La semiotica delle opere di Bussolino è complessa e stratificata. La figura femminile è il suo soggetto quasi ossessivo, ma non è mai un oggetto passivo di contemplazione; è invece sempre un soggetto attivo, anche nella sua immobilità.
Il motivo ricorrente della figura vista di spalle (come nella donna in bianco seduta su un drappo blu) è una scelta semiotica potente, perché nega allo spettatore l’accesso all’espressione facciale e allo sguardo psicologico, trasformando la figura in uno schermo su cui proiettare le proprie emozioni e narrazioni.
Quella schiena nuda diventa un paesaggio, un territorio di vulnerabilità e forza insieme.
La filosofia che sorregge la sua opera è una profonda esplorazione dell’universo femminile, colto nelle sue dualità: forza e fragilità, esuberanza e malinconia, solitudine e comunità.
La sua è una visione della vita che riconosce ed esalta la complessità. Il rapporto tra la sua arte e l’emozione è diretto, viscerale, ma sempre governato da un’eleganza formale che impedisce alla passione di dissolversi nel disordine.
La sua osservazione lucida si traduce nella precisione del gesto, nell’equilibrio delle composizioni – anche le più dinamiche.
Daniela Bussolino è un’artista completa, una narratrice che si esprime attraverso una pluralità di linguaggi.
La sua espressione pittorica è un teatro affascinante in cui ogni tela è un atto unico, capace di passare dai toni della tragedia a quelli della commedia, dal dramma psicologico al balletto lirico, fino alla favola delicata. La sua forza non sta in una formula ma nella capacità di reinventarsi continuamente, spinta dall’urgenza di concedere a ogni emozione, a ogni storia, la sua forma e il suo colore più autentici.
Il suo percorso, arricchito dalla scrittura e ora dalla sperimentazione digitale, si annuncia come un viaggio continuo attraverso le infinite scene del teatro umano – di cui lei è, a tutti gli effetti, una delle interpreti più sensibili e poliedriche del nostro tempo.