IL SUONO DEL TEMPO

Il tempo non è il “tick tock” di un orologio.

Che il tempo abbia un ritmo è la prima menzogna che ci hanno insegnato. Che batta come un cuore, che si possa misurare.

Il tempo non ticchetta, ma è un ronzio basso, che non senti finché non smetti di fare rumore.

Solo che, nelle nostre vite frenetiche, quasi non ci danno il permesso di smettere di fare rumore.

Ecco perché la mostra si chiama “Il suono del tempo”, non perché il tempo faccia musica, ma perché per ascoltare la musica è necessario fare silenzio.

E cosa succede quando si spegne il frastuono?

Succede che senti il peso di un giorno che non hai vissuto bene il fruscio di una scelta che hai rimandato per anni, il ronzio sottile di un addio che non hai mai pronunciato.

Perché il tempo che passa non fa “tick tock”. Fa come il vetro che si crepa: non lo vedi, ma lo senti nelle ossa.

Il suono del tempo è una mostra su ciò che si sente quando si smette di avere fretta, su ciò che resta quando togli la musica, le parole, le notifiche, le scuse.

Un piatto. Un gesto. Un’ombra.

E sotto, quel brusio infinito, quello che hai sempre cercato di coprire con la TV accesa, con l’ultimo messaggio, con il prossimo impegno.

Perché ci illudiamo che il tempo scorra via da noi, che ci lasci puliti, asciutti, pronti per il prossimo secondo.

Falso.

Il tempo è un artista ossessivo che ogni giorno aggiunge uno strato e ha lo stesso potere di una musica che ti sveglia un ricordo che non hai chiesto, una ruga che non hai visto arrivare, un sapore che non sapevi di aver dimenticato.

Così, dopo anni, ti guardi indietro e non riconosci più il punto di partenza. Non perché sei andato lontano, bensì perché ti sei ispessito.

Ecco cosa siamo: strati su strati di istanti che non abbiamo avuto il coraggio di vivere fino in fondo.

A volte, siamo stati tanto sciocchi da non capire che anche il più insignificante degli istanti passati non sarebbe più tornato.

Venite ad ascoltare quello che non volete sentire.

Forse è l’unica cosa che vale la pena ascoltare davvero.

Mostra: IL SUONO DEL TEMPO

I CURATORI

FOTO DI COSETTA FROSI

PROF.SSA DANIELA BELLONI

Ex insegnante di Disegno e Storia dell’Arte, vincitrice di concorso a cattedra, Vice preside per dieci anni presso l’Istituto Comprensivo di Pizzighettone (CR).
Ora, per volontariato e passione, curatrice dello Spazio Gabetti in arte, in Piazza Stradivari a Cremona.

DOTT. PASQUALE DI MATTEO

Consulente di Carriera & Personal Branding, Coach Kinsaisei e critico d’arte internazionale. È il rappresentante italiano di Reijinsha Japan
Autore di saggistica e narrativa, è vicedirettore di tamagozine.org.

www.pasqualedimatteo.com

GLI ARTISTI PROTAGONISTI DELL’EVENTO

ATTILIO ZANANGELI

La pittura di Attilio Zanangeli non è una rappresentazione, ma un’ostensione di un altrove che abita il confine tra il sogno e l’archetipo presentato con una grammatica visiva che rinuncia volontariamente al superfluo per farsi struttura ed essenza.

Zanangeli non dipinge paesaggi, ma “teatri della coscienza”, dove la terra è un tappeto di rosso primordiale e il cielo un abisso di azzurro steso con la sapienza di chi sa che il colore è, prima di tutto, uno stato dell’anima.

I suoi non sono alberi, bensì sistemi nervosi che si protendono verso l’assoluto. L’uso dell’oro non è una concessione al decorativismo borghese, ma un’operazione alchemica, è la luce che si fa materia, è il sacro che irrompe nella bidimensionalità della tela per ricordarci che ogni radice, per quanto piantata nel fango della realtà, aspira alla nobiltà del metallo incorruttibile.

In questo sguardo antropologico sulla natura, le figure umane appaiono come filamenti d’esistenza, sagome esili che scivolano sulla superficie del mondo senza mai scalfirlo, quasi fossero viandanti in un purgatorio dorato che attende la grazia di una trasformazione.

E poi, le farfalle, segni semiotici che fluttuano in un tempo sospeso. La farfalla di Zanangeli è l’anima che ha trovato la sua forma definitiva, un’icona di leggerezza che contrasta con la staticità monumentale degli alberi scheletrici.

C’è una tensione intellettuale fortissima nel modo in cui l’artista dispone queste presenze: una danza silenziosa che racconta il mito della metamorfosi eterna; la barca, altro simbolo ricorrente, diventa una mezzaluna di transito, un vascello per attraversare il fiume del non-detto, posata su una terra che brucia di un calore interiore, quasi lavico.

I contrasti cromatici tra i rossi infuocati e i blu cerulei non cercano l’armonia facile, ma la verità del conflitto. È una sintassi pittorica icastica, dove ogni segno è un aforisma visivo, dove non c’è compiacimento, ma una ricerca costante della “misura aurea” del silenzio.

 Quella di Zanangeli è un’arte priva di quelle furbizie contemporanee che troppo spesso nascondono il vuoto delle idee con artifici cromatici, mentre qui il vuoto è una “presenza piena”, un’invocazione alla meditazione.

Attilio Zanangeli ci costringe a fermarci. In un mondo che corre verso l’oblio del rumore, la sua arte è un invito a meditare, a guardare oltre la superficialità del nostro tempo.

CHIARA MARIA ROSSETTI

L’arte di Chiara Maria Rossetti non è una pacifica contemplazione del mondo, ma una sfida con la luce, una collisione termica tra il rimosso e il visibile, da cui l’artista dà vita a una pittura che non descrive, ma incendia la verità che ci offre il senso della vista.

Perché Rossetti non dipinge la natura o la città, ma dipinge la loro temperatura psichica.

La furia controllata dei rossi sanguigni che divorano la tela, un cromatismo che non si accontenta di apparire, ma vuole esistere come materia viva, perché in lei, il paesaggio acquatico si trasforma in un incendio liquido, un crepuscolo dell’anima dove il blu profondo tenta di arginare un’esplosione di carminio e oro.

È la natura che brucia di bellezza prima di svanire nell’oscurità.

C’è una sapienza antropologica nel modo in cui l’artista tratta la luce, che non è una sorgente esterna, ma un’energia endogena che spacca la superficie, che emerge dalle viscere della materia come un segreto alchemico finalmente svelato.

E quando lo sguardo si sposta verso la dimensione urbana, Chiara Maria Rossetti compie un’operazione di un’onestà non comune; la città non è un luogo di vita, ma un reperto archeologico del futuro, una “gabbia rossa” sospesa nel vuoto siderale da cui emerge la durezza etica della sua visione, per cui una luna che è un disco d’oro pesante, quasi un’ostia profana, e la civiltà appare come un groviglio di pixel e cemento che ha smarrito la propria anima.

Ma non si tratta di nichilismo; quel germoglio dorato che spunta dalla terra nera e ferita è metafora di una speranza ostinata, è la biologia che sfida la tecnologia, il sacro che reclama il suo spazio nel deserto della modernità.

In rossetti, la luce vince poiché è metafora della vita che trionfa sempre, anche dopo il caos della tempesta, quando le nubi si diradano e lasciano spazio alla speranza e alla voglia di ricominciare, di ricostruire, di tornare a vivere, appunto.

Il tempo, per Rossetti è come un arco narrativo in cui il protagonista è ciascuno di noi, costretto a vivere, a migliorarsi, a evolversi, per partire, più e più volte nel corso degli anni, da un punto, per arrivare a una meta, a un traguardo. Che si tratti di ambizioni personali e cercate o di sfide imposte dagli eventi.

Quello di Chiara Maria Rossetti è un racconto che ci parla di noi, dei luoghi che abitiamo, un racconto in cui l’artista ci mostra dettagli che spesso sfuggono e che ci invitano a comprendere che il tempo è un nastro che continua a scorrere, senza mai fermarsi e senza concedere repliche.

WORK IN PROGRESS…