
Il tempo non è il “tick tock” di un orologio.
Che il tempo abbia un ritmo è la prima menzogna che ci hanno insegnato. Che batta come un cuore, che si possa misurare.
Il tempo non ticchetta, ma è un ronzio basso, che non senti finché non smetti di fare rumore.
Solo che, nelle nostre vite frenetiche, quasi non ci danno il permesso di smettere di fare rumore.
Ecco perché la mostra si chiama “Il suono del tempo”, non perché il tempo faccia musica, ma perché per ascoltare la musica è necessario fare silenzio.
E cosa succede quando si spegne il frastuono?
Succede che senti il peso di un giorno che non hai vissuto bene il fruscio di una scelta che hai rimandato per anni, il ronzio sottile di un addio che non hai mai pronunciato.
Perché il tempo che passa non fa “tick tock”. Fa come il vetro che si crepa: non lo vedi, ma lo senti nelle ossa.
Il suono del tempo è una mostra su ciò che si sente quando si smette di avere fretta, su ciò che resta quando togli la musica, le parole, le notifiche, le scuse.
Un piatto. Un gesto. Un’ombra.
E sotto, quel brusio infinito, quello che hai sempre cercato di coprire con la TV accesa, con l’ultimo messaggio, con il prossimo impegno.
Perché ci illudiamo che il tempo scorra via da noi, che ci lasci puliti, asciutti, pronti per il prossimo secondo.
Falso.
Il tempo è un artista ossessivo che ogni giorno aggiunge uno strato e ha lo stesso potere di una musica che ti sveglia un ricordo che non hai chiesto, una ruga che non hai visto arrivare, un sapore che non sapevi di aver dimenticato.
Così, dopo anni, ti guardi indietro e non riconosci più il punto di partenza. Non perché sei andato lontano, bensì perché ti sei ispessito.
Ecco cosa siamo: strati su strati di istanti che non abbiamo avuto il coraggio di vivere fino in fondo.
A volte, siamo stati tanto sciocchi da non capire che anche il più insignificante degli istanti passati non sarebbe più tornato.
Venite ad ascoltare quello che non volete sentire.
Forse è l’unica cosa che vale la pena ascoltare davvero.
Mostra: IL SUONO DEL TEMPO
I CURATORI


FOTO DI COSETTA FROSI
PROF.SSA DANIELA BELLONI
Ex insegnante di Disegno e Storia dell’Arte, vincitrice di concorso a cattedra, Vice preside per dieci anni presso l’Istituto Comprensivo di Pizzighettone (CR).
Ora, per volontariato e passione, curatrice dello Spazio Gabetti in arte, in Piazza Stradivari a Cremona.
DOTT. PASQUALE DI MATTEO
Consulente di Carriera & Personal Branding, Coach Kinsaisei e critico d’arte internazionale. È il rappresentante italiano di Reijinsha Japan
Autore di saggistica e narrativa, è vicedirettore di tamagozine.org.
IMMAGINI DAL VERNISSAGE
Si ringrazia Cosetta Frosi per le sue fotografie.




















































GLI ARTISTI PROTAGONISTI DELL’EVENTO
ALBERTO COSTA


Nell’espressione artistica di Alberto Costa domina la forza del colore, steso con urgenza emotiva.
Nelle sue nature morte, Costa non dipinge fiori, ma l’energia vitale che sprigionano.
Il mazzo di girasoli e fiori rossi è un’esplosione di contrasti: il giallo accecante e il rosso lottano contro un blu profondo e materico. La stesura è densa, quasi tattile; si avverte il movimento del braccio e della mano che aggrediscono la tela, in un approccio che ricorda l’espressionismo europeo, dove il dato reale è solo un pretesto per proiettare sulla superficie uno stato d’animo interiore, solare e tormentato al tempo stesso.
Nel dipinto del castello, Costa opera una sintesi formale molto interessante, per cui il paesaggio non è descritto analiticamente, ma evocato attraverso cromie calde.
Il contrasto tra l’ocra della pietra e il trionfo policromo dei fiori in primo piano crea una prospettiva emozionale, così, il castello appare come un’apparizione solida in un mare di pennellate brevi e nervose, che sembrano quasi vibrare sotto la calura di un sole mediterraneo.
L’opera figurativa della donna distesa rivela un lato più intimo e meditativo dell’artista.
Qui il tratto si fa più dolce, pur mantenendo quella sintesi tipica della sua mano, ma ciò che colpisce è lo sguardo: Costa riesce a catturare una malinconia sottile, un pensiero lontano.
La figura è avvolta in una luce morbida e il contrasto tra la pelle e il bianco del lenzuolo è reso con una semplicità che punta dritta all’essenza psicologica del soggetto.
Un ritratto che non cerca l’estetica, ma la verità di un istante di abbandono.
In Costa non c’è il desiderio di nascondere la pennellata sotto una vernice levigata; al contrario, il segno è fiero, evidente, a tratti graffiante, in una peculiare grammatica del colore che conferisce alle sue opere una vitalità immediata.
L’arte di Alberto Costa è viscerale e si muove tra il vigore della natura e la delicatezza del sentimento umano, con una disinvoltura che nasce da un’urgenza comunicativa.
Alberto Costa è un pittore che “sente” il colore prima di stenderlo, regalando allo spettatore opere cariche di una forza vitale vera, autentica, di getto, capace di trasformare ogni soggetto in una visione poetica e potente.
FaRg²


L’incontro con l’universo di FaRg², al secolo Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, è una collisione atomica tra due sensibilità che hanno deciso di elevare il “duo” a una potenza metafisica, in quella che appare un’operazione di un’onestà quasi violenta, dove l’identitàdi ciascuno viene proiettata in una dimensione nuova e contemporanea.
FaRg² è un’equazione estetica dove l’io si scioglie nel noi, in un territorio dove il caos della materia e il rigore del segno danzano all’unisono, un vero e proprio ossimoro se rapportato alla società contemporanea, fatta di egoismo e di mancanza di rispetto per l’altro.
La tecnica del pouring, quella colata magmatica di acrilici che crea gorghi, cellule e galassie primordiali, rappresenta l’inconscio collettivo, il brodo primordiale dell’essere, e su questo abisso fluido, gli artisti intervengono con un segno grafico di una precisione chirurgica, quasi miniaturistica.
Le loro fate, le loro sagome, i loro strumenti musicali, sono simboli antropologici di un’umanità che cerca disperatamente di riappropriarsi di una struttura logica nel caos del nostro tempo.
È una lezione di etica visiva: la forma non subisce la materia, ma la abita con la grazia di chi sa che la bellezza è l’unica bussola possibile.
Le inclusioni materiche, quali specchi frammentati che ricordano la fragilità dell’ego, o cristalli, o altri materiali, trasformano la tela in un oggetto tridimensionale dalla coerenza che agisce per contrasti: il viola abissale che si scontra con l’oro, il rosso avvolge silhouette che sembrano intagliate nel pizzo, una chitarra che si dissolve in note e bolle, la farfalla che emerge da un incendio cromatico… tutto racconta che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, come sosteneva William Shakespeare nella sua “La Tempesta”.
FaRg² non cerca di “spiegare”, ma di “rivelare”. La loro pittura è necessaria perché in un mondo di pixel, piatti e asettici, loro ci restituiscono la vertigine della profondità, il peso specifico dell’anima, attraverso il colore.
Il duo FaRg² ci invita a guardare oltre la superficie, per sentire il battito di ciglia di una fata nel cuore di un buco nero.
È un’arte che scalda il cuore perché è profondamente umana nella sua aspirazione al divino e nella visione di entrambi i componenti, attentissimi alle dinamiche sociali e alla solidarietà, soprattutto nei confronti dei bambini.
Un’espressione artistica fortemente ancorata al nostro tempo, che viene raccontato, ma in cui i due artisti si impegnano anche in prima persona per provare a migliorare il presente.
ATTILIO ZANANGELI


La pittura di Attilio Zanangeli non è una rappresentazione, ma un’ostensione di un altrove che abita il confine tra il sogno e l’archetipo presentato con una grammatica visiva che rinuncia volontariamente al superfluo per farsi struttura ed essenza.
Zanangeli non dipinge paesaggi, ma “teatri della coscienza”, dove la terra è un tappeto di rosso primordiale e il cielo un abisso di azzurro steso con la sapienza di chi sa che il colore è, prima di tutto, uno stato dell’anima.
I suoi non sono alberi, bensì sistemi nervosi che si protendono verso l’assoluto. L’uso dell’oro non è una concessione al decorativismo borghese, ma un’operazione alchemica, è la luce che si fa materia, è il sacro che irrompe nella bidimensionalità della tela per ricordarci che ogni radice, per quanto piantata nel fango della realtà, aspira alla nobiltà del metallo incorruttibile.
In questo sguardo antropologico sulla natura, le figure umane appaiono come filamenti d’esistenza, sagome esili che scivolano sulla superficie del mondo senza mai scalfirlo, quasi fossero viandanti in un purgatorio dorato che attende la grazia di una trasformazione.
E poi, le farfalle, segni semiotici che fluttuano in un tempo sospeso. La farfalla di Zanangeli è l’anima che ha trovato la sua forma definitiva, un’icona di leggerezza che contrasta con la staticità monumentale degli alberi scheletrici.
C’è una tensione intellettuale fortissima nel modo in cui l’artista dispone queste presenze: una danza silenziosa che racconta il mito della metamorfosi eterna; la barca, altro simbolo ricorrente, diventa una mezzaluna di transito, un vascello per attraversare il fiume del non-detto, posata su una terra che brucia di un calore interiore, quasi lavico.
I contrasti cromatici tra i rossi infuocati e i blu cerulei non cercano l’armonia facile, ma la verità del conflitto. È una sintassi pittorica icastica, dove ogni segno è un aforisma visivo, dove non c’è compiacimento, ma una ricerca costante della “misura aurea” del silenzio.
Quella di Zanangeli è un’arte priva di quelle furbizie contemporanee che troppo spesso nascondono il vuoto delle idee con artifici cromatici, mentre qui il vuoto è una “presenza piena”, un’invocazione alla meditazione.
Attilio Zanangeli ci costringe a fermarci. In un mondo che corre verso l’oblio del rumore, la sua arte è un invito a meditare, a guardare oltre la superficialità del nostro tempo.
KETTTY LA ROSA


In Ketty La Rosa, il ritratto è un archetipo della memoria, perché ella non cerca il realismo fotografico o la perfezione accademica, ma la sua è una ricerca dell’essenza.
I suoi ritratti, da Ennio Morricone a Franco Battiato, da Milva a Ezio Bosso, sono icone del nostro tempo e fissano emozioni, valori, modi di essere che sono tipicità della nostra comunità italiana.
C’è un profondo rispetto per il soggetto, che viene trasfigurato attraverso un uso del colore di stile fauvista e La Rosa non disegna solo il volto, ma la “fama”, gli attributi e l’eredità di questi personaggi, circondandoli di simboli che ne spiegano l’esistenza: la cinepresa e la bacchetta per Morricone, la chiave di violino e le geometrie spirituali per Battiato…
Il tema del tempo, centrale nella tua descrizione, emerge chiaramente nel modo in cui l’artista tratta i segni del volto, perché non si nota il desiderio di cancellare le rughe o i segni della vecchiaia, al contrario, la linea segue i solchi del tempo come fossero sentieri di saggezza.
Al tempo stesso, però, il colore acceso e i fondi dinamici sembrano voler fermare il tempo, regalando ai soggetti una vitalità eterna, in un dialogo costante tra la caducità della vita umana e l’immortalità del genio artistico.
La tecnica di Ketty La Rosa si muove in un territorio affascinante tra la Pop Art, per l’uso di colori saturi, contorni netti e sfondi grafici, e una sensibilità Naif, quasi istintiva.
C’è una certa “urgenza” nel tratto, tipica di chi scrive, come nel caso specifico di Ketty La Rosa, che è anche una poetessa, come se il disegno fosse un’altra forma di calligrafia.
L’uso del colore di La Rosa è distintivo, poiché non usa tinte tenui, ma preferisce i contrasti forti, con cui trasforma il ritratto in un atto d’amore, per cui ogni colpo di matita o di pastello sembra voler infondere energia al soggetto ritratto e il colore diventa lo strumento per contrastare il grigiore del tempo che passa.
Perché l’arte di Ketty La Rosa, in fondo, è una resistenza visiva alla dimenticanza e, come attenta osservatrice, lei non si limita a guardare il tempo che scorre, ma sceglie di ricordarlo attraverso gli uomini e le donne che hanno reso quel tempo degno di essere vissuto.
ENRICO PERETTO


L’arte di Enrico Peretto ci proietta nel territorio del Surrealismo Metafisico e del Simbolismo Concettuale., una dimensione dominata dal contrasto tra la vita naturale e il freddo mondo dei materiali industriali o di scarto.
La rosa blu che emerge da un groviglio di tubi, travi e ingranaggi metallici, è un’immagine potente di bellezza e fragilità, che cercano spazio in un mondo meccanizzato e post-industriale.
C’è una tensione costante tra la morbidezza del petalo e la durezza del ferro, una “dissonanza cognitiva” che costringe l’osservatore a riflettere sul rapporto tra uomo, natura e tecnologia.
Un tema ricorrente sembra essere la capacità della natura di rigenerarsi dove tutto sembra perduto. Il fiore, che cresce su un cumulo di macerie o rifiuti, è un’allegoria della resilienza.
Peretto non dipinge paesaggi idilliaci, ma scenari post-apocalittici o desolati, in cui l’elemento floreale funge da “eroe solitario”, in una pittura concettuale, di pensiero, di denuncia, ma anche di speranza, dove il dettaglio organico è reso con precisione, rendendolo ancora più eroico nel suo isolamento.
L’opera “Nouvelle Afrique” segna un passaggio interessante verso la critica sociale, perché Peretto abbandona temporaneamente la natura morta per affrontare temi contemporanei come l’identità, il globalismo e il multiculturalismo.
L’accostamento di figure umane stilizzate a una sorta di Pinocchio di legno crea un corto circuito semantico. Il legno, materiale “morto”, ma naturale, diventa il mediatore tra culture diverse, diventando protagonista di un’opera colta, venata di un’ironia amara sulle “maschere” che la società moderna ci impone di indossare.
La sua tecnica rivela una cura meticolosa per la luce e le ombre, con volumi che sembrano fluttuare nel vuoto, in una ricerca sulla struttura della vita, una sorta di indagine microscopica che trasforma elementi biologici in architetture fantastiche per il mondo parallelo creato dall’artista.
Enrico Peretto è un pittore-filosofo. La sua tecnica è precisa, pulita, quasi accademica nella resa dei volumi, ma è messa al servizio di messaggi profondamente inquieti. E proprio i messaggi sono l’elemento più potente e più iconico della sintassi cromatica dell’artista.
Peretto osserva lo scorrere del tempo non tanto per coglierne la decadenza, ma attraverso la trasformazione della materia: il ferro arrugginisce, il fiore appassisce, ma dal loro incontro nasce un’estetica nuova, enigmatica e profondamente intellettuale.
Peretto è indubbiamente un artista del pensiero cosa che, nel mondo alla deriva di oggi, è già di per sé rivoluzionario.
CHIARA MARIA ROSSETTI


L’arte di Chiara Maria Rossetti non è una pacifica contemplazione del paesaggio, ma un’operazione di svisceramento della realtà, perché all’artista non importa rappresentare lo spazio secondo il senso visivo, ma lo abita come una partitura cromatica dove il visibile è solo il pretesto per un’indagine più profonda.
Rossetti trascende il mero decorativismo rassicurante che ammorba tanta arte contemporanea e, nella sua espressione artistica, si nota il recupero di un simbolismo neoromantico che dialoga con la durezza del segno astratto, in un prevalere della natura, che l’artista ascolta, distilla e trasforma in un’architettura dello spirito dove il tempo non scorre e basta, ma diventa il narratore delle nostre vite.
Nelle opere di Rossetti, l’acqua non scorre, ma si fa gradino, struttura, fossile del presente. È una metafora del contrasto, dove il carminio degli alberi è la materia che si ribella all’assenza di colore dello sfondo.
È una lezione di semiotica visiva, per cui il rosso è il sangue della terra contro il grigio della memoria.
La natura si fa spartito e i soffioni che diventano note musicali su un pentagramma invisibile sono un messaggio in codice per dire che l’uomo e la natura parlano la stessa lingua matematica della bellezza.
E quando lo sguardo si sposta verso la dimensione urbana, Chiara Maria Rossetti compie un’operazione di un’onestà non comune; la città non è un luogo di vita, ma un reperto archeologico del futuro, una “gabbia rossa” sospesa nel vuoto siderale da cui emerge la durezza etica della sua visione, per cui una luna che è un disco d’oro pesante, quasi un’ostia profana, e la civiltà appare come un groviglio di pixel e cemento che ha smarrito la propria anima.
Ma non si tratta di nichilismo; quel germoglio dorato che spunta dalla terra nera e ferita è metafora di una speranza ostinata, è la biologia che sfida la tecnologia, il sacro che reclama il suo spazio nel deserto della modernità.
Le città scarnificate e ridotte a silhouette, sembrano colare verso il basso, trasformando i grattacieli in radici capovolte, in una sintesi icastica della nostra epoca, dove l’artificio umano cerca disperatamente di riagganciarsi alla terra, mentre il tempo rimescola le carte.
Maria Grazia Rossetti ci costringe a entrare nel flusso, a sentire il peso del rosso e la leggerezza del soffione, nella sincerità del tempo che passa, di quegli attimi a cui, spesso, non diamo il giusto peso, ma che l’artista sintetizza sulle tele dando loro sembianze stilizzate e diverse rispetto a quanto mostrato dagli occhi.
Rossetti reinventa ogni volta il mondo, partendo dalle radici dell’anima, lasciandoci sulla soglia di un mistero che è spaventoso e meraviglioso al tempo stesso.
SABRINA CERUTI


L’arte di Sabrina Ceruti non abita il tempo, ma lo sequestra, in quella che sembra un’operazione di onestà intellettuale, nonché di una raffinatezza filologica che lascia attoniti, sul valore del tempo.
In un’epoca dominata da immagini che si consumano in pochi istanti, prive di valore, Ceruti restituisce agli attimi la dignità del monumento.
Nelle sue opere non esiste la fretta che, invece, caratterizza la contemporaneità, ma c’è la sedimentazione sapiente di secoli di storia dell’arte che collidono in un unico, folgorante palinsesto visivo. È una lezione di resistenza cromatica, dove il valore del tempo non è misurato dal ticchettio di un orologio, ma dallo spessore della materia e dalla profondità del simbolo, dell’anima che mostra le sue sfaccettature attraverso i colori.
La Madre con Bambino è una “Sacra Conversazione” che prescinde dal calendario. La Ceruti recupera l’oro bizantino e il decorativismo secessionista di Klimt per necessità, per sottolineare la semiotica di quel velo che sembra un pizzo di luce, metafora perfetta del tempo che protegge ciò che è eterno: l’amore, l’origine, la specie.
È un’antropologia della tenerezza che sfida la decomposizione dei secoli, ma poi, l’artista ci sbatte in faccia la contemporaneità più nuda nella donna con le cuffie e con la figura Pop dietro i grandi occhiali rosa, in cui il tempo è l’istante perfetto della distrazione, l’estasi della musica che sospende il flusso del mondo.
Le cuffie diventano un’aureola tecnologica; gli occhiali, uno specchio deformante di un presente che corre troppo veloce per essere guardato a occhio nudo.
Il colore di ceruti non accarezza la tela, ma la incide, la scortica per far emergere l’anima delle cose.
L’arte di Sabrina Ceruti è una sorta di viaggio attraverso le dinamiche del tempo che passa, del nostro tempo.
È una sintassi dell’istante che si fa eternità, una danza tra la polvere del passato e la vertigine del futuro.
Non dipinge semplici ritratti, ma icone della nostra epoca lacerata, dove la bellezza è l’unica ancora di salvezza contro l’oblio.
La sua pittura non rappresenta il tempo, ma lo redime, trasformando l’ansia del divenire nella pace dell’essere. È una narrazione che non ammette distrazioni: o si entra in questo flusso, o si resta fuori, condannati alla banalità del cronometro.
ENRICO MARIA RANALDI


La fotografia di Enrico Maria Ranaldi cattura la realtà del nostro tempo in una forma quasi caravaggesca nella sua capacità di far emergere l’essenza dal buio della memoria.
Non c’è nulla di celebrativo o di retorico in questo bianco e nero; semmai, vi è la documentazione precisa e senza fronzoli di una persistenza, in quanto Ranaldi non ci mostra un vecchio atleta, ci mostra una passione che sopravvive al declino biologico, in una lezione di resistenza della forma, dove la ruga del volto e la cromatura di un trofeo appartengono alla stessa genealogia della luce.
La messa in scena di questo racconto domestico, dove l’inquadratura non è mai casuale, è un trionfo di semiotica.
Il riflesso nel vetro di una bacheca, le mani nodose che sfogliano un album come se stessero ancora impugnando un manubrio in salita, lo sguardo rivolto a un televisore che trasmette il presente di uno sport che è stato il suo tutto.
Ranaldi compie un’operazione semiotica raffinatissima, poiché mette in dialogo la “fotografia nella fotografia”, il bianco e nero ingiallito dell’eroismo giovanile, con la “fotografia del reale”, creando un cortocircuito temporale, dove il tempo non scorre in linea retta, ma è un anello, un circuito ciclistico dove il punto di arrivo coincide col punto di partenza della memoria.
In Ranaldi, il contrasto non serve a compiacere l’occhio, ma a separare l’essenziale dall’effimero. Il metallo dei trofei non luccica di gloria, ma di polvere e attesa; la pelle delle mani è una mappa topografica di chilometri percorsi, di fatica accumulata, di vita che ha smesso di correre, ma non di vibrare. È una fotografia che ha il peso della densità del vissuto.
Il percorso fotografico proposto da Ranaldi non punta tutto sulle emozioni, ma parla della “sacralità del quotidiano”. Quel vecchio seduto sul divano, mentre osserva i nuovi campioni sullo schermo, non è un reduce, bensì il testimone di una continuità dello spirito.
Ranaldi trasforma il salotto in una cattedrale del tempo, dove ogni oggetto, dalla vecchia Bianchi alla medaglia incorniciata, è un pezzo di storia di vita, un’analisi dell’invecchiare con dignità, nel segno di un’identità che non si lascia cancellare dall’anagrafe.
Ranaldi ci ricorda che il tempo non è ciò che passa, ma ciò che resta depositato nell’anima delle cose e sui volti.
LAURA MANCARELLA


La pittura di Laura Mancarella non è una superficie su cui posare lo sguardo. Sarebbe riduttivo. È un abisso in cui lasciarsi precipitare.
Una “genesi della materia” che rinuncia alla figurazione per farsi evento puro, quasi un corpo a corpo con gli elementi primordiali del cosmo, in un linguaggio cromatico che trascende la velleità di mostrare a tutti i costi tecnica, ma è preoccupato a veicolare messaggi, a distillare la memoria della terra, il calore del magma e il trascorrere del tempo.
Le opere di Mancarella sono ricche di semiotica, dalla posizione delle macchie cromatiche all’armonizzazione delle diverse tonalità, in una miscela che ha il sapore delle orchestre, delle nebbie che offuscano i colori rendendo tutto luce.
Nelle stratificazioni che si susseguono sulle tele, la pittrice ci mostra che la bellezza è sempre l’esito di un processo di erosione; quelle fessurazioni che attraversano la tela come rughe del tempo, non sono un artificio decorativo, ma il segno tangibile della fragilità dell’essere, in quell’espressione artistica che è una pittura che “ricorda”, che trattiene il soffio di un calore che è stato e che ancora pulsa sotto la superficie.
E che dire di quei dripping, di quelle colate verticali che solcano i toni aranciati e ferrosi, dove la tecnica si fa destino, dove la gravità prende il comando, trasformando la pittura in pioggia acida o in lacrime del cielo.
Laura Mancarella accetta l’imprevisto della materia, lo governa senza soffocarlo, permettendo al quadro di “accadere”. Così, l tecnica del dripping diventa l’unità di misura di una pioggia interiore, una caduta infinita verso il nucleo profondo di un’anima che non ha più bisogno di contorni per definirsi, per raccontarsi, per veicolare le emozioni che accendono in lei i paesaggi di Milano e del Lago d’Endine, tanto cari all’artista.
Siamo lontani anni luce dal decorativismo borghese, perché Mancarella non cerca di replicare la natura, né ha interesse a creare orpelli o decorazioni, bensì propone le cicatrici della terra, della società, delle contraddizioni del nostro tempo.
Non rappresenta il mondo, ma lo rifonda ogni volta partendo dal suo calore primario, dando sfogo alle emozioni, che decidono i toni, le stratificazioni e l’armonia della grammatica del colore.
SIMONA SARAO


L’espressione artistica di Simona Sarao non è una concessione allo sguardo, ma quasi un’insolenza nei confronti dell’immagine superficiale a cui ci stiamo abituando in questo mondo al contrario.
L’artista scortica la superficie del reale per rivelare la struttura ossea del nostro sentire, senza la necessità di quel decorativismo borghese che riduce l’arte a carta da parati.
In Sarao, si nota il recupero di un’antropologia del profondo che dialoga con la solitudine metafisica e la furia dell’informale, e non dipinge paesaggi, ma siti archeologici dell’anima dove il colore diventa pelle, muro, abisso.
Come il suo muro lacerato, dalla potente immagine semiotica, dove i mattoni che spuntano attraverso il bianco strappato non sono una trovata grafica, ma un epigramma sulla resistenza.
L’artista ci dice che, dietro ogni velo di apparenza, dietro ogni silenzio imposto, pulsa una struttura solida, calda, ferocemente vera; una lezione di etica visiva che ci spiega che la verità è un corpo che preme per uscire.
Simona Sarao ha la capacità di abitare il contrasto che ricorda la tensione dei grandi maestri del dopoguerra, ma con una grazia che definirei “terrosa”, quasi contadina nel senso più nobile e ancestrale del termine, agendo come chi non teme di sporcarsi le mani con la materia sporca del mondo.
La sua spatola è un bisturi che incide grumi di colore, che stratifica tessuti, reti e frammenti di realtà su una superficie che cessa di essere tela per farsi “cosa”.
Come un mare che brulica di trame, quella stella marina che sembra un ex-voto incastonato in un oceano di pizzi materici, dove la pittura diventa tattile, chiede di essere toccata prima che guardata, nella rivincita della sostanza sull’immagine digitale, un urlo di fisicità in un mondo sempre più governato da pixel.
La coerenza esplode nel rifiuto della furbizia tecnica, per cui ogni colata di oro, ogni rosso lavico, ogni blu siderale è un appuntamento col destino, privo di sconti.
E poi, i suoi paesaggi mentali. Quell’albero esile, nudo, che sfida un deserto di rosso assoluto è l’immagine definitiva della condizione umana, una verticalità ostinata che non si arrende all’incendio del mondo.
È una sintassi dell’istante che si fa eternità.
Simona Sarao offre una sua reinterpretazione del mondo partendo dal battito del cuore e dal graffio della terra. Un’arte che non cerca applausi, ma solo il coraggio di chi sa ancora guardare nell’abisso senza chiudere gli occhi.
GRETA ROTA


L’arte di Greta Rota è una sfida lanciata all’ordine razionale del mondo, nobilitato da una disciplina certosina, un labirinto di inchiostro dove la natura si rifugia per non essere travolta dal caos; una “tessitura segnica” che scavalca la semplice illustrazione per farsi grafia ossessiva, quasi una preghiera scritta con la punta di una penna che non concede tregua all’occhio.
Non c’è nulla di infantile in queste composizioni; c’è, semmai, il recupero di un simbolismo arcaico che dialoga con la psicosi contemporanea, una sorta di “manierismo del micro-segno” dove ogni spazio vuoto è percepito come un silenzio da riempire con il rumore bianco del decoro.
La gazza ladra, guardiana di un tesoro fatto di volute e trame bizantine…
La Rota compie un’operazione semiotica raffinatissima: sottrae l’animale alla sua realtà biologica per trasformarlo in un perno metafisico, un’opera in cui lo sfondo non è uno scenario, ma un sistema nervoso esposto, un groviglio cromatico che sembra pulsare di vita propria.
C’è una sapienza antropologica nel modo in cui l’artista organizza il segno, dove mandala non è meditazione orientale d’importazione, ma un omaggio alla memoria, una ripetizione rituale che serve a trattenere l’identità dell’animale dentro una gabbia di bellezza assoluta.
Il tratto è una lama sottile che non ammette l’errore del ripensamento, la perfezione della linea nera diventa l’unico argine possibile contro la dissoluzione della forma.
Il contrasto tra la tenerezza quasi commovente della scimmia addormentata, icona della fragilità che cerca protezione nel sonno, e la furia cromatica del gorgo giallo e arancio che la circonda, è un’esplosione termica, dove il nero è la struttura che regge l’urto. È una sintassi visiva icastica, dove la dolcezza del soggetto centrale agisce come il centro di un ciclone emotivo.
Sono opere in cui si percepisce il peso della mano, il tempo consumato sulla carta, la fatica di un’immaginazione che scava nel particolare per parlare dell’universale.
Greta Rota ci dice che la libertà non è assenza di regole, ma la capacità di abitare una struttura complessa con la naturalezza di un respiro. Ci invita a smarrirci dentro le sue trame per ricordarci che, anche nel cuore della tempesta più colorata e complessa, esiste un punto di pace, una piuma, un occhio chiuso, un abbraccio, che ci tiene ancora ancorati all’autentico.
Greta Rota ci costringe a rintracciare l’anima nel groviglio, senza distrazioni, ma solo con uno stupore grato e infinito davanti alla potenza del segno.
FANIA SVERDLIK


L’arte di Fania Sverdlik è un omaggio alla grande tradizione della Natura Morta, ma veicolata attraverso una sensibilità contemporanea che trasforma il soggetto in un momento di contemplazione del creato, in una ricerca dell’essenza attraverso la luce.
Uno degli aspetti più sorprendenti della Sverdlik è la capacità di rendere la consistenza fisica delle cose. Nel dipinto con il pane e l’ampolla d’olio, si percepisce quasi la “croccantezza” della crosta e la porosità del legno sottostante, poiché si nota una sapiente alternanza tra pennellate grumose e stesure più fluide, grazie a una grammatica del colore “tattile” per cui lo spettatore è invitato a sentire con gli occhi il freddo del vetro, la morbidezza dei petali dei papaveri o la polpa succosa dell’anguria.
Fania Sverdlik dimostra una profonda conoscenza della lezione caravaggesca e fiamminga per quanto riguarda la gestione della luce, che è l’elemento che dà vita alle sue composizioni.
La caraffa d’acqua accanto all’anguria è un saggio di virtuosismo tecnico, perché appresentare il vetro e la rifrazione del liquido richiede una precisione analitica che l’artista padroneggia con raffinata maestria, così il contrasto che si nota nei vasi di fiori, dove il fondo scuro o neutro è uno spazio che proietta i colori verso l’osservatore.
Il rosso dei papaveri “esplode” letteralmente contro il fondo d’ombra, creando un dinamismo drammatico in una scena altrimenti statica, rendendola viva.
I soggetti appartengono alla sfera della domesticità più semplice, tuttavia, subiscono una metamorfosi, diventando protagonisti di un dramma silenzioso.
C’è un’eleganza sobria, un rifiuto del superfluo, e ogni composizione è studiata per trovare un equilibrio perfetto tra le forme, dove anche un petalo caduto sul tavolo diventa un accento poetico fondamentale, un richiamo alla fragilità della bellezza.
In Sverdlik il tempo è sospeso. Le sue nature morte sono “fermi immagine” carichi di silenzio, in un’arte che invita alla riflessione, in un mondo che corre troppo velocemente, perciò, la sua osservazione del tempo è opposta a quella cronachistica, poiché lei ferma l’attimo per renderlo eterno, estrapolando l’oggetto dal flusso del consumo per inserirlo nel regno dell’arte.
L’arte di Fania Sverdlik è un realismo poetico che non scade mai nel mero esercizio di copia, ma che infonde dignità e spirito alla materia inanimata, una pittura colta, tecnica e profondamente rispettosa della verità delle cose, capace di trasformare una cucina o un angolo di giardino in un tempio in cui meditare.
PRESENTAZIONE DEL LIBRO GIAPPONESE

Il Respiro tra due Mondi, perché il tempo si fa arte.
Esiste un suono che non passa per l’orecchio, ma è un sibilo costante nella testa. È il suono del tempo che si trasforma in bellezza.
Prima della presentazione degli artisti in esposizione, celebreremo i 160 anni di storia delle relazioni tra Italia e Giappone, due terre lontane e assai diverse, ma che hanno donato cultura e arte al mondo.
Il libro è un saggio in cui Pasquale Di Matteo presenta 69 artisti giapponesi in lingua italiana, un invito a fermarsi nel “Ma”, quello spazio vuoto tra un istante e l’altro, dove si nasconde il tutto.
Sessantanove maestri ci insegnano che l’arte non serve a fermare il tempo, ma a dargli un senso. In un’epoca che dimentica, noi scegliamo di ricordare; in un mondo che corre, noi scegliamo di osservare la fioritura di un pensiero che dura da oltre un secolo e mezzo.
Un libro su 69 artisti giapponesi che introdurrà la presentazione dei 12 artisti protagonisti della mostra in oggetto.
IMMAGINI DAL VERNISSAGE… PROSSIMAMENTE