Presentazione di Massimo Bionda

di Pasquale Di Matteo, Critico d’Arte

In Massimo Bionda, risulta ridondante il richiamo all’identità, alla ricerca di uno stile capace di riprogrammare l’uomo, per riconnetterlo al suo tempo, di un viaggio nei meandri più reconditi del proprio Io.

L’artista piemontese, infatti, vede l’uomo come una marionetta nelle mani di chi tesse le trame del mondo, collocandolo in sfondi inquietanti, in cui il colore si manifesta sulla tela in maniera brutale, con un forte richiamo al Fauvismo.

Eppure, quei mondi dai colori cupi rappresentano l’inconscio, ciò che non è manifesto e che Bionda cerca di raggiungere per interrogarsi, nella sua ricerca di sé.

Massimo Bionda raffigura l’uomo privo di volto e di genere, spesso persino senza arti, in pose che sembrano di chi è intento a fissare l’orizzonte da una prigione, da una triste finestra, nella normalità di chi vive ai margini, di chi, sebbene sia libero, si sente costretto, impossibilitato a penetrare i luoghi più nascosti del proprio essere.

Altre volte, i suoi personaggi senza volto sono trafitti da spade od obbligati a indossare cuffie sulle orecchie, per non sentire, metafore con cui l’artista dà voce agli ultimi, ma attraverso cui esorcizza anche la propria paura di dare credito alle pulsioni che lo spingono a scontrarsi con il destino, per mettere in gioco tutto se stesso nel provare a cambiarlo, mutando anche il proprio tempo.

In un’altra chiave di lettura, i manichini non sono altro che l’artista stesso, svincolato dalle fattezze umane riconosciute dal senso visivo per essere rappresentato secondo i connotati dell’anima, durante l’estasi dell’ascolto, del trasporto, del viaggio, verso i meandri di luoghi sconosciuti che non sono lontani o in chissà quale dimensione, ma spirali che proteggono l’inconscio.

Dalle sue opere iniziali, con le quali Bionda analizza con occhio spiccatamente critico la società del progresso, l’artista ha maturato una visione più intimista di relazione con il suo tempo.

D’altronde, Bionda rende i suoi protagonisti grotteschi pupazzi, stigmatizzando l’idolatria sempre più endemica e virulenta dell’immagine, dell’apparire, dell’indossare maschere per provare a recitare i copioni degli eroi ottriati dai media, in una società in cui i valori della famiglia e della morale sono sempre più vilipesi dai modelli e dai ruoli proposti dalla società consumista, in cui si manifesta la spersonalizzazione dell’essere umano, per esaltarne la figura di consumatore, di automa bramoso di oggetti destinati a non valere niente, sotto la finzione del benessere e del successo, in modo da alimentare la produzione degli stessi beni, impedendo al sistema di collassare.

Tuttavia, mentre nelle prime opere la stigmatizzazione dell’immagine passava attraverso protagonisti deformi e inquietanti, oggi, con i manichini di questa nuova fase, l’artista di Domodossola non estroflette più l’attenzione verso il mondo esterno, ma cerca le risposte dentro se stesso.

I colori di Bionda sono cupi quando disegnano il paesaggio circostante, più caldi e luminosi nel rappresentare i manichini, rappresentando il se stesso viaggiatore, in esplorazione del proprio inconscio.

I manichini di Bionda hanno il sapore del viaggio kafkiano, dove la paura è tuttavia sormontata dall’esuberanza della curiosità, della voglia di scoprire il proprio ruolo nel mondo che agita la mano di Massimo Bionda in momenti di estasi, nella catarsi con cui si manifestano queste sue nuove opere.

Una visione del mondo meno pessimista di un tempo, che è frutto di una profonda riflessione sull’esistenza dell’uomo, del Sé e dell’Io, attraverso l’ascesi pittorica con la quale l’artista si sradica dalla dimensione umana per raggiungere un mondo in cui forme e figure si fanno cromie, in quella che è una continua sperimentazione, la cui espressione artistica, brutale e cruda nelle applicazioni cromatiche, affascinante per la ricchezza di segni e di simboli, quanto suggestiva e carica di messaggi nella profonda analisi di se stesso, è quella di un moderno Fauvista, del colore e dell’immagine, capace di maltrattare i supporti per dare slancio al messaggio, alla denuncia della deriva sociale ch’egli analizza con l’anima del grande artista e all’esaltazione del viaggio e della riscoperta del Sè.

Massimo Bionda è un artista pieno di domande sulle storture del mondo, partito inizialmente con il denunciare quanto accadeva di fronte ai suoi occhi, prima di partire per un viaggio introspettivo, alla ricerca di se stesso, in modo da trovare il suo posto del mondo oltre a un modo per decodificare il mondo in maniera diversa.