
In un mondo che ha eletto il rumore delle armi a linguaggio universale, la pace è diventata un atto sovversivo. Da rivoluzionari.
Forse perché chi chiede pace, quella vera, mette i bastoni fra le ruote a chi fa soldi vendendo armi.
Ci hanno insegnato a credere che la pace sia un trattato, una firma, un silenzio imposto. Ma la pace non è un’idea astratta. La pace è fragilità. È il coraggio di farsi crepa nel cemento del cinismo, per far germogliare qualcosa che i guerrafondai non sanno nemmeno nominare: la Bellezza.
“Fragilità è il nome della pace. Eppure esistiamo”.
Non è un semplice titolo, ma una dichiarazione di sopravvivenza. È la voce di artisti che sanno che “la bellezza è l’inizio del terrore che siamo ancora in grado di sopportare”. Perché guardare la pace oggi, in questo mondo impazzito, fa paura: ci ricorda quanto siamo esposti, quanto siamo nudi, quanto sia facile infrangerci.
Eppure, siamo qui.
Vi invito a entrare in questo spazio sospeso. Una mostra collettiva a numero chiuso, per soli otto artisti. Un santuario dove ogni opera è un atto di resistenza all’insensatezza.
Lasciate fuori il frastuono. Entrate con la voglia di pensare.
I CURATORI


FOTO DI COSETTA FROSI
PROF.SSA DANIELA BELLONI
Ex insegnante di Disegno e Storia dell’Arte, vincitrice di concorso a cattedra, Vice preside per dieci anni presso l’Istituto Comprensivo di Pizzighettone (CR).
Ora, per volontariato e passione, curatrice dello Spazio Gabetti in arte, in Piazza Stradivari a Cremona.
DOTT. PASQUALE DI MATTEO
Consulente di Carriera & Personal Branding, Coach Kinsaisei e critico d’arte internazionale. È il rappresentante italiano di Reijinsha Japan
Autore di saggistica e narrativa, è vicedirettore di tamagozine.org.
GLI ARTISTI PROTAGONISTI
Maria Grazia Zohar di Karstenegg


Il linguaggio di Maria Grazia Zohar di Karstenegg affonda le sue radici nella scultura monumentale, mediata attraverso il linguaggio nuovo della Digital art.
L’artista modella volumi e forme sulle frequenze delle sue emozioni.
Le sue volumetrie non sono mai statiche, ma possiedono un andamento melodico fatto di onde, pieghe, crescendo cromatici e improvvisi silenzi compositivi, mentre le torsioni corporee richiamano la corda tesa di un violino, così la tensione diventa il riverbero delle sue sensazioni che esterna al mondo.
Per Zohar, la maschera parla di inconscio, di identità, soprattutto dell’identità contemporanea, che nelle opere dell’artista appare frantumata, segmentata in tessere o scaglie vitree, in cerca di un’armonia cosmica in grado di ripararla.
L’impianto semiotico di queste creazioni è denso, stratificato, mai banale. L’artista attua un cortocircuito temporale, accostando la vertigine del futuro digitale alla sacralità della scultura greca antica.
I simboli ricorrenti, come il disco-orizzonte che seziona lo spazio, l’ovoide lucente al posto dei tratti fisionomici, la lancia che ancora la forma a una fluida sostanza dorata, sono lettere di un alfabeto mafico con cui l’artista ci narra della vita e divulga i suoi messaggi.
Messaggi di meditazione, di pace, di ricerca costante dell’equilibrio, per tentare la riconquista dell’essere umano come punto focale.
Le opere di Maria Grazia Zohar di Karstenegg sono create a mano dall’artista ed elaborate mediante strumenti digitali. Sono animate da emozioni e tormenti. Sono ragionate e vissute.
Sono un’accusa profonda e potente contro le immagini che si consumano come immondizia a ogni ora, figlie di una società in declino, senza più valori e in cerca di una bussola morale.
Un’artista che riesce a miscelare, con armonia, la gradevolezza dell’immagine e la profondità umana dei messaggi.
Rita Carrodano


Le tele di Rita Carrodano restituiscono il senso primordiale del fare arte, quello di un corpo a corpo viscerale con l’enigma dell’esistere.
La maschera, il doppio e il dramma pirandelliano dell’identità sono temi affrontati dall’artista, in un’indagine sulla frattura dell’Io. Uno dei vettori semiotici più potenti è la dialettica irrisolta tra apparenza sociale e verità del dolore, da cui l’archetipo della maschera, lungi dall’essere mero espediente teatrale, ma è simbolo pirandelliano di una lacerazione universale. La lacrima non è semplice pianto, ma condensazione alchemica del trauma e testimonia le ripercussioni psicologiche. Carrodano inchioda l’osservatore alla consapevolezza che ogni individuo è un caleidoscopio di identità scisse, un campo di battaglia tra ciò che dobbiamo sembrare e ciò che siamo.
La spazialità, nelle opere dell’artista, rifiuta la prospettiva euclidea per abbracciare una dimensione prettamente onirica e surrealista. L’occhio gigante che domina e feconda la volta celeste è una delle intuizioni semiotiche più felici della sua produzione. È l’occhio dell’Assoluto, ma è anche il nostro occhio che contempla sé stesso mentre contempla il cosmo.
Quando Rita Carrodano abbandona la rarefazione del sublime per addentrarsi nelle composizioni più dense e polifoniche, la sua tavolozza sprigiona una forza archetipica sconcertante, a metà strada tra il lirismo fiabesco di Chagall e l’aggressività cromatica dell’espressionismo dei Fauves.
Figure ibride, presenze zoomorfe, creature canine dal muso affilato, gatti dal pianto umano, fauci dentate che emergono dai fondali marini, idoli lunari bifronti… sono emanazioni totemiche, personificazioni delle nostre paure ancestrali e dei nostri istinti infantili non ancora addomesticati.
Sul piano squisitamente stilistico, il tratto di Rita Carrodano si distingue per una linea dinamica, serpentina, che tende costantemente al vortice. Il colore si fa filamento, onda marina, lingua di fuoco, arabesco floreale, in una precisa partitura semantica: tra blu e viola, da un lato, e giallo e rossi dall’altro. Un contrasto timbrico che genera una tensione drammatica costante, un chiaroscuro psicologico.
Un’arte che non cerca compiacimento, ma che fa della vulnerabilità il proprio manifesto e del racconto dell’esistenza umana il suo fulcro.